mercoledì 22 marzo 2017

sesso oltre lei e lui

La copertina di Time "oltre lei e lui" e il senso dei millennial per il sesso

Il settimanale racconta in un lungo reportage come i ragazzi ridefiniscono il proprio genere. Ma se ognuno può scegliere a che genere appartenere, la realtà non esiste



E voi, cosa siete? C’è ad esempio un giovane che si definisce “transessuale bianco, fisicamente abile, queer non-binario”: e Katy Steinmetz, firma di Time, ricopia zelantemente la verbosa definizione nel lungo articolo di copertina del magazine (foto sotto). L’intero reportage tenta di esplorare, per mezzo di testimonianze dirette e ricostruzioni congetturali, la vasta gamma di combinazioni che consente ai millennial di moltiplicare i generi cui sentono di appartenere fino a un novero iperbolico, che sorpassi perfino le sessanta sessualità alternative disponibili ai nuovi utenti che s’iscrivano a Facebook. Non so però se quest'articolo faccia veramente gioco alla causa. Ne emerge infatti con chiarezza che la questione ormai si è spostata dal piano etico (se sia giusto o sbagliato comportarsi così) addirittura al piano ontologico, divenendo un acceso dibattito sul caso se ciò che uno sente di essere corrisponda o meno alla realtà di ciò che oggettivamente è. Di fatto, è come dibattere se una persona persuasa di essere Napoleone sia in effetti Napoleone oppure sia un matto.

L’articolista definisce questi ragazzi “hyperindividual, you-do-you”, cogliendone un aspetto fondamentale. Il comun denominatore delle loro singole storie non è tanto la non appartenenza a uno dei generi prefissati, vulgo maschio e femmina, ma la ferma convinzione che sia la loro interiorità a plasmare l’esteriorità o, meglio, che il solo modo di conoscere una verità oggettiva riguardo a sé sia la propria stessa sensibilità. Questo crea un paio di problemi. Anzitutto è causa del fatto che ciascuno reputi legge universale ciò che prova individualmente, incorrendo così in talune incongruenze: nell’articolo compare un giovane che pretende di non venire chiamato né col pronome “lui” né col pronome “lei” e si sente a proprio agio solo quando gli danno del “loro”; ma compare anche uno che, per la propria sessualità incerta, è stato definito “esso” e se ne è offeso, preferendo venire identificato col “lui” o col “lei” a seconda. Chi dei due ha torto?

In secondo luogo tale sensibilità individuale viene identificata con l’emotività, tralasciando il discernimento che è la capacità di chi è sensibile di trovare una mediazione fra sentimenti e circostanze. Ciò vincola l’oggettività alle emozioni: “Mi piace essere neutro”, spiega un giovane, sancendo di conseguenza di essere neutro; scelta ammirevole in quanto sarebbe molto vantaggioso, ammetto, che per diventare ricco bastasse l’evenienza che mi piaccia essere ricco. Senza considerare che le emozioni sono per definizione passeggere, come nel caso del giovane che dichiara: “Alcuni giorni sento che il mio genere possa coincidere con quello assegnatomi alla nascita, altri giorni no”. Anche in questo caso ammetto che sarebbe una soluzione geniale sentirmi ricco (e quindi esserlo) alcuni giorni all’anno ma non in quelli in cui devo pagare le tasse, abbattendo l’aliquota.

Questa generazione di giovani superindividuali e autopoietici, strilla Time in copertina, sta ridefinendo il senso del genere. Anche qui bisogna mettersi d’accordo: non su cosa sia il genere, ma su cosa si intenda per “senso”. L’articolo non lo dichiara ma illustra trattarsi di episodi di solipsismo; per quanto diffusi, non sono sufficienti a creare una categoria o peggio ancora una comunità di solipsisti. Si tratta piuttosto di una ridefinizione del senso di oggettività: dall’autorevole studioso al mite compagno di studi, nel parlare della fluidità di genere invale la placida accettazione del fatto che la realtà sia ciò che ciascuno si figura allo scopo di sentirsi bene. “I vostri termini non riflettono la mia realtà”; “Per me va bene essere me, qualsiasi cosa sia”; “Un determinato genere risulta sensato nelle loro teste, quindi va bene”. I millennial sono insomma una generazione che si sottostima: troppo ossessionata dal sesso per accorgersi di essere la generazione che sta dimostrando che solo la soggettività è oggettiva; e che, a ben guardare, l’unico matto era Napoleone.

http://www.ilfoglio.it/bioetica-e-diritti/2017/03/21/news/time-oltre-lui-lei-cosi-i-millenial-scelgono-il-proprio-genere-sessuale-126198/

martedì 21 marzo 2017

l'utero artificiale

Flamigni: cambia il concetto di genitorialità. Lezione a Giurisprudenza

 

 

Martedì 21 Marzo

"Cambia il concetto di genitorialità - bisogna farsene una ragione". Lo ha detto questa mattina all'Università di Trento il professor Carlo Flamigni, massimo esperto di bioetica e fecondazione assistita. Tra breve - ha detto - sarà realtà l'utero artificiale.

http://www.trentinotv.it/news_dettaglio.php?id=19828674


Credo la Chiesa

“Credo la Chiesa una e santa” - Robert card. Sarah 

 

Come già annunciato qui, la sera del 15/03/2017, il Card. Robert Sarah è intervenuto a Trieste, nella Cattedrale di San Giusto martire, sul tema “Credo la Chiesa una e santa” per la serie di incontri della “Cattedra di San Giusto per il tempo di Quaresima 2017”. Ne riprendiamo il testo dalla trascrizione sul sito della diocesi a cura del Vescovo di Trieste, mons. Giampaolo Crepaldi.
 

Cattedra di San Giusto - Cattedrale di San Giusto martire in Trieste, 15 marzo 2017

“Credo la Chiesa una e santa”
Robert card. Sarah

Il tema che mi è stato assegnato per questa meditazione, “Credo la Chiesa una e santa”, si rivolge all’ambito ecclesiologico, portando l’attenzione in particolare su due aspetti essenziali della Santa Chiesa, quali la sua intrinseca unità e la sua incorruttibile santità. Prima di addentrarci a riflettere su tali dottrine, desidero mettere in evidenza la loro cornice ed anche il loro fondamento, che sono dati dalla fede. Che la Chiesa è una e santa, è oggetto della fede cattolica. Il primo vocabolo del titolo della presente meditazione è la parola “Credo”. Sappiamo che il Simbolo della fede Niceno-costantinopolitano, frutto dei primi due concili ecumenici (325 e 381), che recitiamo nelle solennità liturgiche durante la celebrazione dell’Eucaristia, inizia proprio con il verbo “credere”. Nel testo greco originale del Concilio di Nicea I e poi del Costantinopolitano I, i Padri conciliari utilizzarono il plurale: “Noi Crediamo”. La versione liturgica ha adottato il singolare: “Credo in un solo Dio…” con quel che segue.

Queste due espressioni – “crediamo” e “credo” – non si oppongono, anzi si integrano a vicenda ed esprimono due importanti aspetti della fede cattolica. Non c’è o l’“Io credo” oppure il “Noi crediamo”; non c’è opposizione tra la dimensione personale e quella comunitaria della fede. Per questo, il Catechismo della Chiesa Cattolica intitola la sua Prima Sezione esattamente così: «“Io credo” – “Noi crediamo”». E nel capitolo terzo di tale Sezione, intitolato «La risposta dell’uomo a Dio», il Catechismo dedica diverse pagine a spiegare la relazione, all’interno dell’atto di fede, tra l’aspetto personale e quello ecclesiale. Rimandandovi alla rilettura personale di quelle pagine del Catechismo, strumento imprescindibile per la formazione cattolica, qui mi limito a ricordare che l’atto di fede si inserisce sempre nella Chiesa e non può mai essere individualistico. Noi crediamo in Dio; ognuno di noi crede personalmente e non può delegare ad altri l’atto di fede. D’altro canto, noi crediamo la fede della Chiesa, come diciamo nel Rito del Battesimo: «Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa, e noi ci gloriamo di professarla». Come si vede, il Rito battesimale non oppone la nostra fede a quella della Chiesa: si tratta dell’unica fede, della stessa fede. E infatti, chiunque crede, lo fa per la mediazione molto concreta e visibile della Chiesa, che custodisce e trasmette la fede. Ciò che noi crediamo proviene dagli Apostoli – questo è certo. Ma in concreto chi ce lo ha insegnato? Innanzitutto la mamma ed il papà, i nonni, il parroco, i catechisti e così via. La mia fede è la fede che mi è stata offerta dalla Chiesa, la quale con l’aiuto dello Spirito Santo la custodisce e tramanda perfettamente intatta per tutti i secoli.

Con queste prime riflessioni siamo di fatto già entrati in ambito ecclesiologico, a partire dal tema del credere, dal tema della fede. Ma c’è un secondo aspetto previo cui desidero fare cenno, sempre collegato con la parola “Credo”, anzi più precisamente con le prime parole: “Credo la Chiesa”. Nel dirle, noi cattolici affermiamo che la Chiesa è un mistero della fede. Se la Chiesa fosse una realtà puramente umana, appartenente al mero ordine naturale e sociale, non potremmo dire “Credo la Chiesa”; dovremmo limitarci ad espressioni di tenore più modesto, come per esempio “Constato che la Chiesa esiste”, o “Vedo che la Chiesa compie certe opere”… In altre parole, saremmo nel campo puramente fenomenico e non nel mondo soprannaturale dei misteri rivelati, i quali sono conosciuti, anzi “riconosciuti” solo dalla fede che si basa sull’autorità di Dio che rivela, e non sono oggetto di mera osservazione né rappresentano la conclusione cui giunge mediante ragionamenti il nostro intelletto.

È indubitabile che la Chiesa possegga anche una componente umana e visibile – che in passato veniva comunemente indicata con la parola “società”. Ma è altrettanto indubitabile che l’essenza della Chiesa non si limita ai soli aspetti visibili, perché anzi, ancor più importanti sono gli aspetti invisibili: il fatto ad esempio che la Chiesa è Sposa di Cristo, o che è il suo Corpo Mistico. Insomma, la Chiesa Cattolica è di certo anche un corpo sociale, osservabile per via storiografica, fenomenologica, sociologica… ma essa è prima di tutto un mistero della fede soprannaturale. Non a caso il primo capitolo della “Costituzione Dogmatica sulla Chiesa” del Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, è intitolato proprio così: «Il mistero della Chiesa». La Chiesa è mistero perché proviene dal mistero della Santissima Trinità: popolo radunato dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, come diceva l’africano san Cipriano di Cartagine. Ed è mistero perché il suo Fondatore non è Pietro – un uomo – bensì Gesù Cristo, l’Uomo-Dio. Gesù ha fondato la Chiesa sugli Apostoli, in particolare sulla roccia, su Pietro. Ma il Fondatore è Lui, Cristo. La Chiesa, dunque, non appartiene a Pietro. Pietro è solo la roccia sulla quale Gesù edificherà la Sua Chiesa (Cf. Mt 16, 16-18). La Chiesa è di Cristo. per questo crediamo la Chiesa, prolungamento del mistero di Cristo, vero Dio – vero uomo.

Questa osservazione sul carattere misterico della Chiesa è importante, perché non manca oggi una tendenza che vede nella Chiesa una sorta di aggregazione umana – se vogliamo usare la nota descrizione di Papa Francesco: una ONG (Organizzazione Non Governativa). Coloro che intendono la Chiesa in questa prospettiva orizzontalistica, non possono capire le dinamiche nascoste della grazia che fluisce invisibilmente ma realmente (molto realmente e concretamente!) dal Capo, che è Cristo, alle membra del suo Mistico Corpo. Costoro invece vedono nella Chiesa un’associazione benefica, impegnatissima nel risolvere i problemi sociali della fame, della giustizia e della pace, o  una potenza diplomatica, un agente politico e, magari, anche un attore di un certo peso in ambito di finanza internazionale. La componente istituzionale della Chiesa, che ha di certo il suo valore, non esaurisce l’intera essenza della Chiesa. Sebbene i vescovi e il Papa abbiano anche un certo peso politico e diplomatico, sarebbe estremamente riduttivo, anzi sbagliato, considerarli principalmente da questo punto di vista, quasi che essi fossero dei leader mondani, che parlano e agiscono in accordo ad una logica, quando non addirittura ad un’ideologia e ad una agenda umane.

Vorrei condividere qui l’avvertimento, anzi l’ammonizione che, nel mese di ottobre scorso, faceva in modo privato l’imam Yahya Pallavicini, presidente del COREIS[1], professore a l’Università Cattolica ed uno dei più rappresentativi dell’Islam: “La Chiesa nel suo attuale slancio verso i valori della giustizia, dei diritti sociali e della lotta politica o ideologica per sradicare la povertà se dimentica la sua anima contemplativa fallisce la sua missione e verrà abbandonata dai suoi fedeli perché non verrà riconosciuta in essa il suo specifico”.

Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato che i vescovi sono successori degli Apostoli, araldi del Vangelo e ministri di Cristo ed amministratori dei misteri di Dio (1Cor 4, 1). Compito della Chiesa e, in particolare, delle sue guide spirituali, non è dunque quello di “formulare un progetto” o di “dettare una linea”, né di “ispirare determinate azioni sociali e politiche”. Questa visione pecca per difetto. La Chiesa al contrario deve, come ricordavo all’inizio, custodire e trasmettere integro il deposito della fede, come dice san Paolo a Timoteo: “Prendi come modello le sane parole che hai udito da me, con la fede e la carità che sono in Cristo Gesù. Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in noi” (2Tm 1, 13-14). La Chiesa deve celebrare i Sacramenti per la gloria di Dio e la santificazione delle anime, e guidare gli uomini alla vita eterna, ammaestrandoli ed aiutandoli ad osservare i comandamenti del Signore. Sono questi i compiti che Cristo risorto diede infatti agli Apostoli: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che io vi ho comandato» (Mt 28,19-20). È per svolgere questi compiti, e non altri inventati da noi e ritenuti più graditi alla mentalità secolare, che Cristo conclude assicurando alla Chiesa il suo costante aiuto: «Ecco io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo». Cristo è con la Chiesa, “opera insieme a noi” (cf. Mc 16,20), quando noi rimaniamo fedeli all’indole della Chiesa ed alla sua missione.

Tutto ciò sottolinea il primato della grazia divina. Se la Chiesa è ciò che è, essa lo deve innanzitutto al dono gratuito e soprannaturale di Dio. Certo, questo dono diventa subito e sempre anche un compito a noi affidato. Ma ciò avviene sempre dopo. La grazia è innanzitutto preveniente: la Chiesa nasce per un’iniziativa gratuita di Dio, non per nostro merito. La grazia poi, accompagna: se noi rispondiamo positivamente alla vocazione ecclesiale, lo facciamo liberamente – certo – ma sempre e solo sotto l’influsso della grazia. Infine, la grazia porta a compimento, porta al fine ultimo, cioè alla salvezza eterna, questo nostro sforzo di cooperare con Dio in quanto suo Popolo eletto. È proprio questo mistero della grazia che spiega anche le caratteristiche di cui Cristo ha voluto adornare la sua mistica Sposa. Di solito, in molte culture che posseggono simile tradizione, il corredo e la dote della sposa vengono approntati dai suoi genitori, in altre culture il corredo e la dote sono provveduti dal futuro sposo. Nel nostro caso, invece, siccome Cristo è sia Sposo, sia Fondatore, cioè Creatore della Chiesa, Egli stesso ha provveduto la dote ed il corredo mistico della sua Amata. Nel fondare la Chiesa, Cristo Signore l’ha dotata di una gran quantità di doni e di caratteristiche, che sono necessari allo svolgimento della missione apostolica, in vista della salvezza delle anime la quale, come ricorda nella sua conclusione il Codice di Diritto Canonico, rimane la legge suprema nella Chiesa.

Orbene, nel ricco corredo, nell’ampia dote che Cristo ha preparato per la Chiesa, troviamo anche quattro caratteristiche di grande rilievo, al punto da essere messe in evidenza nel già menzionato Simbolo della fede Niceno-costantinopolitano. I teologi le chiamano “note” o “proprietà” della Chiesa e questo perché manifestano la Chiesa Cattolica, distinguendola da altre realtà – e in questo senso si chiamano “note”, perché la rendono nota, conosciuta. Inoltre si chiamano proprietà, perché sono elementi essenziali della natura della Chiesa, ragion per cui dove c’è la vera Chiesa, ci sono sempre anche queste proprietà. Il Simbolo della fede ne enumera quattro: Una, Santa, Cattolica ed Apostolica. È da ricordare, tuttavia, che vi sono numerose altre note individuate dai teologi. Ad esempio, i grandi teologi controriformisti Johannes Eck, Stanislao Osio e san Roberto Bellarmino, Dottore della Chiesa, enumeravano nei loro trattati una quindicina di note ecclesiologiche, al punto tale che si sviluppò nella teologia dell’epoca persino una via notarum, cioè un modo per contrastare la visione protestante sulla Chiesa proprio attraverso lo studio e l’illustrazione delle note proprie alla vera Chiesa di Cristo.

Ma lasciamo da parte queste pur interessanti informazioni e torniamo a dedicarci ad una riflessione teologica di carattere più meditativo e sapienziale, come abbiamo fatto sin qui. Vorrei innanzitutto osservare che le quattro note principali della Chiesa sono tra loro chiaramente distinte, eppure vanno sempre insieme, perché sono in relazione di unità organica, come le membra in un organismo. Possiamo, certo, distinguere il braccio dalla gamba, ma l’organismo sano e integro li possiede sempre entrambi. Così è delle proprietà della Chiesa. Ad esempio, la nota della santità e dell’unità – di cui qui ci interessiamo in particolare – sono distinte, ma non sono separabili. A livello esemplificativo, possiamo notare che non ci può essere un cristiano che viva volontariamente in peccato mortale, ossia che non sia santo, e pretenda tuttavia di essere pienamente inserito nell’unità soprannaturale della Santa Chiesa. Chi pecca gravemente, si separa da Dio e da Cristo e, per questo, sebbene non a livello formale e canonico (non è scomunicato), si separa dalla Chiesa a livello soprannaturale. Perciò il Concilio Vaticano II ha ricordato che con il Sacramento della Penitenza il peccatore perdonato ritorna in comunione, cioè in unità soprannaturale, sia con Dio sia con la Comunità ecclesiale, dai quali si era allontanato per la sua ribellione[2]. L’unità delle note ecclesiologiche, come si intuisce, andrebbe tenuta presente, pertanto, anche quando si affrontano temi legati all’ammissione dei fedeli alla ricezione dei Sacramenti.

Una seconda osservazione generale sulle note della Chiesa consiste nel riprendere quanto prima ho solo accennato: ogni proprietà ecclesiologica è sempre sia dono divino, sia compito a noi affidato. Che la Chiesa sia una è merito e dono di Cristo, non nostro. Questa unità costitutiva rappresenta però anche un appello alla nostra responsabilità, nell’impedire le divisioni tra noi. Soprattutto le divisioni dottrinali, morali, liturgiche, disciplinari, divisioni nella Fede e nella Carità. Analogamente, la santità della Chiesa è dono di Cristo, ma si capisce che anche noi siamo chiamati ad impegnarci nella nostra santificazione. “Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione” (1Ts 4, 3). E così via. Il Catechismo si esprime al riguardo con queste parole:«È Cristo che, per mezzo dello Spirito Santo, concede alla sua Chiesa di essere Una, Santa, Cattolica e Apostolica, ed è ancora Lui che la chiama a realizzare ciascuna di queste caratteristiche»[3].

Passiamo ora a meditare sulle due prime note menzionate dal Simbolo della fede: la Chiesa è una e santa. La radice e la ragione dell’unità della Chiesa è innanzitutto la Santissima Trinità. “Che stupendo mistero! Vi è un solo Padre dell’universo, un solo Logos dell’universo e anche un solo Spirito Santo, ovunque identico; vi è anche una sola vergine divenuta madre, e io amo chiamarla Chiesa” scrive San Clemente d’Alessandria (Paedagogus, 1, 6)[4]. Il Decreto sull’Ecumenismo del Concilio Vaticano II, Unitatis Redintegratio, al n. 2 insegna: «Il supremo modello e principio di questo mistero [della Chiesa] è l’unita nella Trinità delle Persone di un solo Dio Padre e Figlio nello Spirito Santo». Lo stesso testo, poi, attribuisce allo Spirito Santo un ruolo particolare nella preservazione di questa unità soprannaturale, dicendo: «Lo Spirito Santo, che abita nei credenti e riempie e regge tutta la Chiesa, produce quella meravigliosa comunione dei fedeli e tanto intimamente tutti unisce in Cristo da essere il principio dell’unità della Chiesa». Il Battesimo, innestandoci in Cristo, ci dona l’unità del suo Corpo Mistico: «Noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo Corpo, giudei o greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito» (1Cor 12,13); «Un solo Corpo e un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo» (Ef 4,4-5).

Oltre agli agenti principali dell’unità, che sono le Tre Persone divine, alla Chiesa sono stati donati anche agenti umani, in particolare gli Apostoli, che sono segno e strumento dell’unità nella Chiesa. Qui si nota che l’unità, da dono, diventa compito, dovere e responsabilità. È nell’unione con gli Apostoli e con i loro successori che si manifesta e si preserva il dono della Chiesa una. Ancora il mio conterraneo san Cipriano di Cartagine, verso l’anno 250 ha scritto queste celebri parole:
Habere iam non potest Deum Patrem, qui Ecclesiam non habet matrem. Si potuit evadere quisque extra arcam Noe fuit, et qui extra Ecclesiam foris fuerit evadet – Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre. Se si fosse potuto salvare qualcuno fuori dell’arca di Noè, si potrebbe salvare qualcuno anche fuori della Chiesa[5].
Vi è un’unità costitutiva della Chiesa Cattolica e questa unità è anche salvifica: chi permane in essa, sarà salvato. In base a questa convinzione, nella sua Epistula 51, 2 – inviata a papa Cornelio (251-253) – lo stesso San Cipriano scrive: «C’e una sola Chiesa Cattolica, che non potrà essere né spaccata, né divisa». Sorprende questa salda convinzione, in un’epoca in cui c’erano molte divisioni e scismi tra i cristiani. Ma Cipriano attesta con le sue parole la certezza della nostra fede cattolica nell’unità della Chiesa: nonostante le tante e dolorose divisioni tra i cristiani, non c’è e non può mai esistere la divisione della Chiesa[6]. I cristiani, sì: si dividono. È accaduto tante volte, purtroppo, nella storia. Ma la Chiesa è una. Ciò che non può essere diviso in se stesso (la Chiesa), può risultare lamentabilmente diviso in noi.

Come si intuisce, l’unità della Chiesa è dunque un fatto permanente ed inscalfibile; verrebbe da dire che è un dato  “trascendente”, “metafisico”, nel senso che non è il frutto dello sviluppo storico. Dalla sua nascita al momento del cuore trafitto di Cristo morto sulla croce per la nostra salvezza, l’unità della Chiesa è davvero un dono di Dio tramite lo Spirito Santo[7]. Se l’unità ecclesiale fosse punto di arrivo e non punto di partenza della Chiesa, si dovrebbe pensare che tale unità sarebbe il frutto dell’unione, o della federazione di diverse Chiese e gruppi cristiani. Questa concezione federativa è però estranea alla dottrina ecclesiologica cattolica, che infatti l’ha respinta in diverse occasioni. La Chiesa è una ed unica sin dal suo sorgere e tale rimane per grazia di Cristo, nonostante tutto.

Essendo chiaramente un dato oggettivo e non una realizzazione storica progressiva, l’unità della Chiesa possiede anche elementi oggettivi e non soltanto soggettivi per essere riconosciuta e vissuta. Gli elementi oggettivi dell’unità sono indicati sinteticamente in un brano degli Atti degli Apostoli:
[I cristiani] erano perseveranti nell’insegnamento degli Apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli Apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel Tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. (At 2,42-47)
Come si nota, i sentimenti, quali la «letizia», la gioia o il «senso di timore», non bastano a caratterizzare la comunione della Chiesa. San Luca sottolinea gli elementi oggettivi della comunione: l’insegnamento apostolico (unità di fede), la preghiera e particolarmente la Liturgia Eucaristica (unità di Culto), la vita comune con i concreti atti che ne conseguono (unità di carità). Non vive dunque nell’unità comunionale della Chiesa chi desidera farne parte, ma chi è inserito in questi elementi oggettivi dell’unità. Non è estraneo ai nostri giorni, nell’animo anche di molti cattolici, un certo sentimentalismo ecclesiologico, per cui l’unità viene capita come un “volersi bene”, un “camminare insieme”, un coltivare “bei sentimenti di accoglienza” verso gli altri. Certo, volersi bene è importante, ma ancora non basta. Ognuno di noi può fare l’esperienza di provare buoni sentimenti di amicizia e di volere bene ad un amico che pratica un’altra religione, o che fosse persino agnostico o ateo. Tali sentimenti, pur lodevoli, di certo non costituirebbero motivo sufficiente per ritenere che entrambi apparteniamo all’unità della Chiesa. Ci vogliono elementi oggettivi, quali il Battesimo, la professione della stessa dottrina di fede, l’ubbidienza ai legittimi pastori, ecc. Solo in base ad elementi certi, oggettivi ed anche esternamente verificabili, possiamo dire di far sviluppare anche in noi questo dono dell’unità. Allora, e solo a queste condizioni, siamo uno nella Chiesa una. Un altro esempio riguarda il caso, già prima accennato, di chi commette peccato mortale. Non basterebbe a costui un vago sentimento di volersi convertire in teoria, ma non in pratica. Ci vuole una vera conversione ed un reale, effettivo ed oggettivo ritorno all’unità mistica ecclesiale, che si concretizza in un segno esternamente verificabile, come è il Sacramento della Confessione. Con questo secondo esempio, tocchiamo il tema della santità, intimamente connesso a quello dell’unità, come si è detto.

Il Concilio Vaticano II insegna che «La Chiesa […] è per fede creduta indefettibilmente santa. Infatti Cristo, Figlio di Dio, il quale col Padre e lo Spirito Santo è proclamato “il solo Santo”, amò la sua Chiesa come sua Sposa e diede Se stesso per essa, al fine di santificarla (cf. Ef 5,25-26) e la congiunse a Sé come suo Corpo e l’ha riempita del dono dello Spirito Santo, per la gloria di Dio. Perciò tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla gerarchia, sia che siano retti da essa, sono chiamati alla santità, secondo il detto dell’Apostolo: « certo la volontà di Dio è questa, che vi santifichiate»[8] (1Ts 4,3; cfr. Ef 1,4). L’avverbio “indefettibilmente” attrae la nostra attenzione: significa che questa qualità della Chiesa, la santità, al pari dell’unità rimarrà integra sino alla fine dei tempi, ossia fin quando sussisterà la stessa Chiesa. Possiamo inventare delle eresie, trafficare la Parola di Dio per renderla più accettabile al mondo secolarizzato e decadente, possiamo infangare la Chiesa con le nostre corruzioni umane, ma la Chiesa di Cristo rimarrà indefettibilmente Santa.

Nella prerogativa della santità, si rispecchia la natura di Dio stesso e di Cristo Gesù. Nella Bibbia, “santo” in senso primario ed assoluto è Dio solo. Ricordiamo il canto dei Serafini, contemplati dal profeta Isaia. Essi eternamente stanno dinanzi al trono di Dio cantando l’inno trisagio. Isaia descrive in questi termini la visione:
Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il Tempio. Sopra di Lui stavano dei Serafini; ognuno aveva sei ali: con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. Proclamavano l’uno all’altro, dicendo: «Santo, santo, santo il Signore degli eserciti! Tutta la terra è piena della sua gloria». Vibravano gli stipiti delle porte al risuonare di quella voce, mentre il Tempio si riempiva di fumo. (Is 6,1-4)
Dinanzi alla maestosità di simile visione, il profeta si sente venir meno. In particolare, lo colpisce il contrasto tra la sua piccolezza, il suo stato di misero uomo e cioè di peccatore, e la santità perfetta dell’Onnipotente. Perciò Isaia prorompe nel grido: «Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il Re, il Signore degli eserciti» (v. 5).

L’uomo non può accostarsi a cuor leggero e senza stupore e tremore al Dio tre volte Santo. È anzi necessario che noi stiamo davanti al Signore sempre prostrati, in ginocchio ed in spirito di adorazione, di sacro e santo timore, nonché di profondissimo rispetto. Per questo Mosè dovette togliersi i sandali prima di potersi avvicinare al Roveto ardente (cf. Es 3,5). Ricordiamo ancora che il Nuovo Testamento usa per la nostra parola «santo», il termine greco hagios che deriva dal verbo haxiomai, cioè «rabbrividire». Troviamo quindi una continuità di insegnamento tra Antico e Nuovo Testamento: dinanzi alla santità trascendente di Dio, l’uomo deve rabbrividire, deve cioè assumere un contegno rispettoso e adorante, deve lasciarsi bruciare dal roveto ardente, dal fuoco dell’Amore di Dio e stare in silenzio ed in contemplazione.

Nel Nuovo Testamento si aggiunge però anche una componente di maggior prossimità di Dio all’uomo. Lo vediamo ad esempio nell’istituzione dell’Eucaristia: segno che Dio vuole stare sempre vicino a noi, anzi diventiamo la dimora di Dio, il tempio della Santissima Trinità. Per questo un bel libro dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, dedicato a meditazioni eucaristiche, si intitolava in tedesco Gott ist uns nah, Dio ci è vicino. Rimane però anche nel Nuovo Testamento la dimensione della santità di Dio, che va rispettata, amata ed adorata. Per questo, anche dinanzi alla celebrazione ecclesiale dell’Eucaristia, è importante che all’amore per il Signore che si offre al Padre per noi e che rimane con noi nell’Ostia consacrata, si impronti anche la nostra rispettosa condotta verso il dono eucaristico. La maggiore vicinanza della santità di Dio a noi, non può comportare una diminuzione del senso adorante e rispettoso. Al contrario, dovrebbe alimentarli. Scriveva al rispetto san Giovanni Paolo II:
Se la logica del «convito» ispira familiarità, la Chiesa non ha mai ceduto alla tentazione di banalizzare questa «dimestichezza» col suo Sposo dimenticando che Egli è anche il suo Signore e che il «convito» resta pur sempre un convito sacrificale, segnato dal sangue versato sul Golgota. Il convito eucaristico è davvero convito «sacro», in cui la semplicità dei segni nasconde l’abisso della santità di Dio […]. Sull’onda di questo elevato senso del mistero, si comprende come la fede della Chiesa nel Mistero eucaristico si sia espressa nella storia non solo attraverso l’istanza di un interiore atteggiamento di devozione, ma anche attraverso una serie di espressioni esterne, volte a evocare e sottolineare la grandezza dell’evento celebrato[9].
Anzi l’Eucaristia che celebriamo ci trasforma radicalmente. Diventiamo “Ipse Christus, il Cristo stesso”. L’Eucaristia ci fa diventare una sola cosa con Cristo. La dinamica di questo cambiamento radicale effettuato in noi, è stato illustrato magnificamente da Papa Benedetto XVI:
“L’Eucaristia ci attira nell’atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione ». Egli «ci attira dentro di sé». La conversione sostanziale del pane e del vino nel suo corpo e nel suo sangue pone dentro la creazione il principio di un cambiamento radicale, come una sorta di «fissione nucleare», per usare un’immagine a noi oggi ben nota, portata nel più intimo dell’essere, un cambiamento destinato a suscitare un processo di trasformazione della realtà[10]” .
Soprattutto attraverso l’Eucaristia, Cristo, Uomo e Dio, partecipa la sua santità alla Chiesa, sua Sposa e suo Corpo Mistico. La santità oggettiva della Chiesa, come la sua unità, è dono di Cristo. Per questo il Nuovo Testamento chiama i fedeli cristiani, ossia i battezzati, semplicemente i «santi», ossia coloro che hanno ricevuto in dono la santità.

Qui conviene fare una breve riflessione. Ai nostri giorni si parla tanto di santità, anche se a volte si usano espressioni diverse, come ad esempio, «testimonianza», «martyria», o altre parole simili. Questo perché il Concilio Vaticano II ha ricordato che nella Chiesa tutti i battezzati sono chiamati alla santità e non solo alcune classi di fedeli, quali ad esempio i monaci o i ministri ordinati[11]. Chiaramente questo insegnamento è assolutamente veritiero. Bisogna però ricordare che la santità del cristiano – al pari della nota ecclesiologica corrispondente – è sia dono che compito. Cioè è una santità innanzitutto donata e poi anche vissuta con il nostro libero impegno personale. Prima di tutto c’è il dono oggettivo: la grazia della santità, dataci già all’inizio della nostra vita cristiana, mediante il Battesimo. Per questo motivo, è necessario ricordare che la santità è sì, certamente, anche una meta da raggiungere con il nostro sforzo. Ma prima di questo, la santità è il punto di partenza. Prima di essere culmen, momento finale e apicale della vita del cristiano; essa è fons, sorgente da cui scaturisce anche la possibilità per me di essere santo. Siamo santi perché il Signore è santo e ci dona gratuitamente, prima di ogni nostro merito, la santità. Solo in seguito a ciò, noi possiamo e dobbiamo mantenerci e crescere nella santità. D’altro canto, è risaputo che simile sforzo è possibile solo con l’aiuto della grazia divina, che precede, accompagna e porta a compimento la nostra libera cooperazione, come già si notava in precedenza.

Tutto ciò va detto perché ai nostri giorni, assieme alla corretta sottolineatura del fatto che tutti i battezzati ricevono la vocazione alla santità, è subentrata anche una visione meno corretta, che suggerisce che la santità è il risultato della nostra azione. È anche questo. Ma non è solo questo, né è principalmente. Prima di tutto è la santità di Dio in noi. Di conseguenza, essere santi, più che raggiungere una santità che è alla fine del percorso, significa custodire e difendere dagli attacchi del Maligno la santità che è già dentro di noi, nonché crescere e portare frutto in essa.

E così, possiamo capire ancora una volta che la morale cristiana non coincide con il volontarismo, con il senso del dovere, con il puro impegno solidale: cose spesso lodevoli – sia chiaro – ma che rimangono su un piano naturale. Per noi cristiani la morale parte da Dio, dal suo dono di santità in noi; ci vuole Santi come Lui, nostro Padre, è Santo: uno splendido e terribile dono al quale il Signore ci invita a corrispondere liberamente. Pertanto, i valori morali non sono luoghi utopici, irraggiungibili in concreto. Ciò potrebbe essere se la santità consistesse nell’asintotico procedere verso un fine perfetto, che non fosse però alla nostra portata. In simile prospettiva, i valori morali, e anche i comandamenti divini, rimarrebbero un ideale irraggiungibile o delle indicazioni di direzione, degli orientamenti, ma non mete possibili. Invece, i comandamenti ed i valori possono e devono essere vissuti in concreto, proprio perché viverli non significa tanto raggiungerli, quanto accoglierli, accettarli e custodirli, perché già ci sono stati dati. Il compito è espressione del dono. Ad esempio, si sente oggi dire che la fedeltà degli sposi e l’indissolubilità del matrimonio sono bellissimi ideali che però in concreto, almeno in certi casi, non è possibile attuare. In realtà, è necessario pensare in modo opposto, dato che la fedeltà e l’indissolubilità non sono frutto dell’impegno degli sposi: esse sono già date, molto concretamente e realmente, all’inizio della vita coniugale, mediante il Sacramento del Matrimonio. Non c’è nulla da raggiungere; è già donato. L’impegno necessario degli sposi consisterà piuttosto nel custodire con amore, con fedeltà ed in modo integro tali doni, giorno dopo giorno, senza permettere al Maligno e al mondo di portarseli via.

La nota della santità della Chiesa, poi, è alla base anche della ben nota dottrina della «Comunione dei santi». Nei primi secoli con la parola “santi” usata in questa espressione, si intendevano piuttosto gli uomini santi delle origini, in particolare gli Apostoli. Perciò inizialmente Comunione dei santi indica il legame con i primi uomini scelti da Cristo. In questo senso, la nota della santità si collega con quella della apostolicità. Nel Medioevo, poi, con “santi” si intendono le “cose sante”, in particolare i Sacramenti. Quindi si mantiene la comunione ecclesiale per la comune partecipazione agli stessi santi Segni. I Segni santi confermano la Chiesa nella sua santità, così come, nel primo significato dell’espressione, la comune dottrina della fede, che ci viene dagli Apostoli, santifica i credenti nella verità. Questi due modi di intendere l’espressione non vanno contrapposti, perché sono entrambi veri. Per rimanere e crescere nella santità, la Chiesa ha bisogno sia della sana dottrina apostolica, sia della grazia oggettivamente prodotta dai Sacramenti. Nella dottrina e nei Sacramenti ci viene sempre di nuovo ridonata quella santità oggettiva della Chiesa, che partecipata a noi diventa santità soggettiva dei credenti. E siccome questa santità che ci è data è in se stessa incorruttibile, perché nonostante i nostri peccati, la Chiesa rimane sempre Santa, dobbiamo sforzarci, con l’aiuto di Dio, di non rovinare in noi ciò che non può essere scalfito in se stesso. Cioè, dobbiamo custodire la nostra santità personale, per evitare che la santità oggettiva della Chiesa, la quale non è toccata dalle nostre mancanze, sia cionondimeno messa in dubbio da coloro che, vedendo la nostra pochezza, sono tentati di attribuirla alla Chiesa in quanto tale. Ecco perché sant’Ambrogio ci ammonisce dicendo che quando pecchiamo «Non in se stessa [..] è ferita la Chiesa, ma in noi». Ma proprio per questo, continua il grande Vescovo di Milano, «facciamo attenzione affinché la nostra caduta non divenga una ferita per la Chiesa»[12].

Cari fratelli, a conclusione di questa meditazione, non mi resta che augurare a me ed a voi tutti, a questa Chiesa diocesana di Trieste, al suo Vescovo, ai suoi sacerdoti e a tutti i suoi battezzati, che possiamo permanere sempre nell’unità e santità della Chiesa Cattolica, questa meravigliosa, soprannaturale Famiglia di Dio, alla quale il Signore, senza alcun nostro previo merito, ci ha chiamati come membra vive. Chiediamo al Signore, per intercessione di Maria Santissima e di san Giuseppe, Patrono della Chiesa Universale, di cui tra pochi giorni celebreremo la solennità liturgica, questa grazia: che il dono oggettivo dell’unità e della santità della Chiesa siano sempre ben custoditi in noi e portino frutti abbondanti che maturino per la vita eterna.
_______________________________
[1] Comunità Religiosa Islamica
[2] Cf. Lumen Gentium, n. 11
[3] CCC n. 811
[4] CCC n. 813
[5] San Cipriano, De unitate Ecclesiae, 6
[6] Anche a Roma, il sacerdote teologo Novatus, si è opposto al Papa Cornelio per la sua troppa misericordia e il recupero e la riconciliazione dei cristiani che avevano ceduto alle persecuzioni. Si è fatto eleggere papa formando così gli scismatici novaziani. Papa Cornelio, confortato dalla solidarietà di San Cipriano, è morto a Civitavecchia dove è stato esiliato dall’imperatore Gallo nel 253, e fu sepolto nel cimitero di San Callisto.
[7] Cf. CCC n. 766
[8] Lumen Gentium, n. 39
[9] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, n. 48-49
[10] Benedetto XVI, Esortazione Apostolica post sinodale Sacramentum Caritatis n. 11, 22 febbraio 2007.
[11] Cf. Lumen Gentium nn. 39-41

[12] Sant’Ambrogio, De virginitate, 48

lunedì 20 marzo 2017

trabocchetto per i lefebriani

VATICANO – LEFEBVRE A UN PASSO DALLA FIRMA DELL’ACCORDO. LE FOTO DELLA POSSIBILE NUOVA SEDE A ROMA

 

Marco Tosatti
Mi dicono buone fonti che La Fraternità San Pio X e il Vaticano sono a un passo dall’accordo. In realtà, secondo alcuni, mancano solo le firme; e si è in attesa che mons. Fellay dia gli ultimi ritocchi alla sua situazione interna, per giungere poi al grande passo: il rientro totale e ufficiale, come Prelatura personale, dei lefebvriani in seno alla Chiesa di Roma. In questo modo a Francesco riuscirebbe di portare a termine un percorso che aveva avuto inizio nel pontificato di Benedetto XVI, e che si era arenato per questioni teologiche; che però adesso sarebbero superate dalla disponibilità del Pontefice a non chiedere che tutti i puntini sulle “I” siano chiarie e definiti. D’altronde anche mons. Lefebvre scriveva che se il Concilio Vaticano II fosse interpretato nell’ermeneutica della continuità, non ci sarebbe nessun problema per una comunione totale con Roma. E non c’è nessun problema perché all’interno della Chiesa, come già diceva Benedetto, il Concilio sia letto in questo modo. In coda a queste righe riportiamo da “Inter Multiplices Una Vox” delle interessanti considerazioni sviluppate da mons. Fellay nel suo viaggio in Polonia. E anche da queste, sia pure con tutte le cautele del caso, si capisce che il clima può essere maturo per un annuncio importante. D’altronde il Pontefice ha una certa simpatia per i lefebvriani di Lefebvre (meno per i tradizionalisti in casa sua), ereditata, pare, da una buona impressione ricevuta dalla Fraternità quando era arcivescovo di Buenos Aires.

Nell’omelia in Polonia mons. Fellay ha smentito le voci relative all’acquisto di un immobile di proprietà del Vicariato di Roma, Santa Maria Immacolata all’Esquilino, come futura sede della Fraternità. E diceva la verità. Ma in realtà nella prospettiva di una regolarizzazione dei rapporti con la Santa Sede, la Fraternità sarebbe interessata al complesso delle Suore Immacolate di via Monza, un ex scuola-convitto, con una chiesa che da sulla strada. Quel complesso potrebbe diventare la nuova sede romana della FSSPX. Le foto che vedete sono relative a quell’edificio.


Durante l’omelia della Messa celebrata in Polonia il 3 marzo 2017, Mons. Bernard Fellay, Superiore generale della Fraternità San Pio X, è ritornato sulle voci circa un’acquisizione immobiliare a Roma. E le ha smentite, prima di fare delle precisazioni sul progetto di prelatura personale proposto alla Fraternità San Pio X nell’estate del 2015. Come aveva già detto nel corso dell’intervista a Radio Courtoisie del 26 gennaio 2017, tale struttura canonica corrisponde ai bisogni e all’apostolato della Fraternità nel mondo.

Mons. Fellay ha dichiarato che la proposta scritta inviata da Roma alla Fraternità prevede che il prelato a capo di questa nuova struttura canonica dovrà essere un vescovo. Come verrà designato? Il Papa sceglierebbe fra tre nomi (la terna) presentati dalla Fraternità. E’ anche previsto che vengano accordati alla Fraternità altri vescovi ausiliari.

E il Superiore generale ha aggiunto: “Tutto ciò che esiste adesso sarà riconosciuto in tutto il mondo. Anche i fedeli. Essi faranno parte di questa prelatura col diritto di ricevere i sacramenti e gli insegnamenti dai sacerdoti della Fraternità. Sarà anche possibile accogliere delle congregazioni religiose, come in una diocesi: cappuccini, benedettini, carmelitani e altri… Questa prelatura è una struttura che non sarà sotto l’autorità dei vescovi locali. Sarà autonoma”.

Tuttavia, secondo Mons. Fellay, vi è uno sviluppo ancora più importante e interessante di questo progetto di struttura canonica: un cambiamento che si è prodotto all’interno della Congregazione per la Dottrina della Fede. La Fraternità San Pio X potrà mantenere le sue obiezioni contro la libertà religiosa, l’ecumenismo e la nuova Messa. Queste funeste conseguenze del Concilio non sono più considerate come vincolanti o come condizioni necessarie per essere riconosciuti interamente cattolici.

Mons. Fellay allude qui alle dichiarazioni di Mons. Guido Pozzo sull’accettazione del concilio Vaticano II, cosa che secondo lui non è più un criterio di cattolicità. Questo stesso punto di vista è stato ribadito dai vescovi che hanno visitato i seminari della Fraternità San Pio X nel 2015, in base a quanto era stato convenuto nella riunione del 2014 con il cardinale Müller.
Nella sua omelia, il Superiore generale ha affermato sull’argomento: «nelle discussioni che abbiamo avuto con i vescovi inviati da Roma, essi ci hanno detto che queste questioni sono delle questioni aperte.»

Perché Roma è cambiata su questo punto? Mons. Fellay ritiene che la cosa sia dovuta alla gravità della situazione nella Chiesa e al vero caos che vi regna. Egli ha chiarito le sue affermazioni riferendo le parole del cardinale Gerhard Ludwig Müller, che ha chiesto alla Fraternità San Pio X di unirsi a lui nella lotta contro i modernisti. Ma al tempo stesso, la Congregazione per i religiosi ritiene che la Fraternità sia sempre scismatica, mentre invece Papa Francesco dice che essa è cattolica. Ed ha aggiunto: «Vi sono molte contraddizioni, vi è una lotta tra vescovi, tra cardinali, una situazione nuova… Roma non è più unita, ma divisa. A tal punto che certuni ritengono che le cose sono andate troppo oltre. E ci dicono: “voi dovete fare qualcosa, dovete resistere”.

Mons. Fellay ha parlato anche del sostegno e delle lettere che ha ricevuto da parte di vescovi, come aveva già fatto nella sua intervista a Radio Courtoisie. A proposito di altri vescovi, ha detto: «Ve ne sono che parlano, che resistono, noi non siamo soli.». Secondo lui: «è iniziata nella Chiesa tutta un’opera di rinnovamento».

Al tempo stesso, Mons. Fellay non è cieco: “Questo non significa che noi dobbiamo precipitarci, noi dobbiamo procedere con una grande prudenza e assicurare il nostro avvenire mettendoci in condizione di impedire ogni possibilità di trabocchetto. Di conseguenza, in una tale situazione, noi non ci precipitiamo”.
Mons. Fellay ha parlato anche dell’interesse paradossale che Papa Francesco ha per la Fraternità San Pio X: “Un papa che non si cura della dottrina, che guarda alle persone e che ci conosce dall’Argentina. Egli ha apprezzato il lavoro che abbiamo fatto là. E per questo ha delle buone disposizioni nei nostri confronti, mentre al tempo stesso è contro il conservatorismo. E’ come una contraddizione. Ma io ho potuto constatare a più riprese che egli è capace di fare veramente delle cose per noi”.

Per concludere, Il Superiore generale ha affermato che egli non sa se ci sarà un riconoscimento canonico: “Andiamo o no verso un riconoscimento? Io non lo so, non penso, ma il Papa può sorprenderci. Questo sembra impossibile, ma egli l’ha già fatto più volte… Allora, noi dobbiamo continuare a pregare molto, a chiedere alla nostra Protettrice, la Santa Vergine Maria, di continuare a guidarci”.

domenica 19 marzo 2017

mamma per conto terzi

Ma la madre per conto terzi viola il diritto della Natura 

 

Non sono cattolico ma trovo la sentenza della Corte d’Appello di Trento, con tutte le conseguenze che implica, accolta con giubilo da molte parti, semplicemente aberrante. Saltiamo qui tutti i sottili distinguo giuridici e veniamo alla sostanza.


1.E’ fuori discussione che ognuno ha diritto ad agire la propria sessualità come meglio crede o istinto gli detta (pedofilia esclusa). Ma questa libertà vale per sé e solo per sé non quando c’è in gioco un terzo soggetto, in questo caso il bambino. In linea di principio o, per meglio dire, per legge di natura, un bambino ha diritto di avere, almeno sulla linea di partenza, un padre e una madre. Quindi non è affatto vero che questa legge, soprattutto quando non ci sono ancora bimbi nati da una coppia omosessuale, maschile o femminile, ma c’è solo la possibilità che questo possa avvenire grazie alle varie moderne tecnologie, tutela il bambino, gioca invece, e irresponsabilmente, sulla sua pelle, su un suo diritto fondamentale.  

2. Questa legge sancisce la completa mercificazione del corpo della donna. Afferma Serena Marchi, autrice di un libro su queste questioni: “Nei miei viaggi per incontrare madri surrogate ho potuto constatare che quasi tutte le donne lo fanno con gioia, ma soprattutto con la consapevolezza di colmare una sorta di ingiustizia della natura, che impedisce a due uomini di avere figli”. Non diciamo e propaghiamo cazzate. Non è possibile, non è umanamente possibile, che una donna porti in grembo per nove mesi un figlio, lo dia alla luce con i dolori del parto e poi sia contenta di non vederlo mai più o solo qualche volta per gentile condiscendenza dei genitori-non genitori (più probabilmente il figlio non saprà mai chi è sua madre. “Who is my mother? Where is my mother?” invoca Cristo sulla croce). Il mondo, soprattutto il Terzo Mondo, è pieno di povera gente disposta a tutto. Siamo di fronte alla solita storia: la rapina degli occidentali delle risorse altrui. Finora ci si era limitati, si fa per dire, a rapinare le risorse energetiche, adesso gli portiamo via anche la carne. I famigerati trafficanti di uomini che solcano il Mediterraneo trasportando per denaro i migranti sono una bagatella a confronto. Dobbiamo invece considerarli dei benefattori dell’umanità? Mi stupisce che le femministe, che ci rompono i coglioni da anni, in questo caso abbiano solo rilasciato dei deboli lai.  

3. Ma c’è una questione ancora più grave che va oltre tutte le altre. Ed è quella posta, con molta lucidità, da Claudio Risé in un articolo sul Giornale del primo marzo. Scompare qui la figura della madre e anche della donna, cioè dell’essere che, antropologicamente, ha dato il via all’esistenza dell’umanità. Quando sento dire, come fa questa Serena Marchi, che queste pratiche, tecniche e giuridiche, “colmano un’ingiustizia della natura” non so se mettermi a piangere o a ridere. La Natura non è né giusta né ingiusta, non è né morale né immorale, è semplicemente amorale. La Natura ha elaborato le sue leggi in milioni di anni e per milioni di anni su queste leggi abbiamo vissuto. Invece nel mondo contemporaneo noi ci stiamo progressivamente e sempre più pericolosamente allontanando dalla Natura finché essa ci caccerà fuori a pedate. Abbiamo perso, e non solo in questo campo ma in tutti i campi, quel senso del limite che i Greci avevano profondamente introiettato capendo la pericolosità di andare a modificare la Natura e a violentare le sue leggi. Perfino Bacone, che è considerato uno dei padri della rivoluzione scientifica, afferma: “L’uomo è il ministro della Natura ma alla Natura si comanda solo obbedendo ad essa”. Ma che c’importa dei Greci, che hanno elaborato la cultura più profonda del mondo occidentale, e di Bacone, di fronte all’adesione pressoché totalitaria a quanto avviene nei laboratori dei moderni Frankenstein? Anche Dostoevskij attraverso le parole del Grande Inquisitore ne I Fratelli Karamazov aveva avvertito: “Oh, ne passeranno ancora dei secoli nel bailamme della libera intelligenza, della scienza umana e dell’antropofagia, poiché, avendo cominciato a edificare la loro torre di Babele, andranno a finire con l’antropofagia”. Quando leggevo I Karamazov questa storia dell’antropofagia non la capivo. La capisco ora. Con la “libera intelligenza”, con la Scienza tecnologicamente applicata, senza più limiti, senza più freni, ma imprigionata nella propria follia, stiamo divorando noi stessi.

Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 2 marzo 2017

sabato 18 marzo 2017

Un grazie a tutti i Papà

San Guiseppe il Giusto





Oggi la liturgia ci propone un gigante di ineguagliata e insuperabile fede: Giuseppe, padre putativo di Gesù. Uomo semplice e di poche parole (nei vangeli non parla mai!), Giuseppe ha voluto piegare la sua vita ai progetti di Dio. Senza recriminare, senza lamentarsi, senza fuggire, Giuseppe ha fatto della realtà il suo metro di giudizio. Voleva una moglie, si è trovato una santa; voleva dei figli, si è trovato fra i piedi il figlio di Dio; voleva una vita semplice, senza scossoni e si è trovato in casa la presenza stessa dell’Altissimo… Quanta fede ci vuole nel prendere fra le proprie braccia muscolose il proprio bambino che impara a camminare e credere che si tiene fra le braccia la presenza stessa di Dio! Quanta nell’insegnargli le preghiere del pio israelita prima di coricarsi! Quanta nel muovere un rimprovero all’adolescente Gesù! Giuseppe ci mostra che è possibile santificarsi senza fare cose grandi, senza grandi scoperte o miracoli eclatanti, ma prendendo a bottega Dio e insegnandogli a seguire la vena del legno con la pialla. Che Giuseppe insegni a tutti noi a vivere la vita che abbiamo come opportunità di scrutare l’altrove.

S. Matteo ci tiene a raccontare la versione della nascita di Gesù dalla prospettiva di S. Giuseppe. È importante, per lui, dimostrare che davvero Gesù discende da Davide e che compie le promesse del Signore. E il suo racconto ci riempie di stupore e di gioia: Giuseppe, promesso sposo di Maria, è l’unico a sapere che quel figlio non è suo. Per seguire la Legge del Signore avrebbe dovuto denunciare il fatto e cacciare con vergogna Maria (e a quei tempi l’avrebbero lapidata). Avrebbe potuto passare la notte insonne e trovare una soluzione che salvasse l’onore alla sua amata: dire che si era stancato di lei. Bella storia: per essere giusto, come lo definisce Matteo, non avrebbe osservato la Legge avrebbe mentito! Ma la notte di S. Giuseppe finisce con un sogno e un angelo lo rassicura. E Giuseppe che fa? Si sveglia e fa come gli ha detto l’angelo! Noi avremmo pensato alla cena pesante … Giuseppe è giusto perché non giudica secondo le apparenze ed è un grande sognatore (spesso, nella sua storia, i sogni svolgono un ruolo determinante). Chiediamogli, di avere ancora il coraggio del sogno, di osare, di non lasciarci schiacciare dal pessimismo dilagante.
 
Oggi la Chiesa proclama la grandezza di uno dei suoi figli più amati e conosciuti: Giuseppe, padre di Gesù nostro Signore e amato sposo di Maria, madre di Dio. Un augurio a tutti i papà che da lui imparano la responsabilità di amare.
Immenso Giuseppe, abituato all’odore della colla e della resina, con la mani indurite dal legno e dalla malta, silenzioso protagonista della follia di Dio! Devoto israelita che aveva il sogno di sposare una brava e onesta ragazza e di ingrandire la bottega ora che, a Sefforis, si stava costruendo una nuova città. E che, invece, deve cambiare i suoi progetti, come ci racconta Matteo, e fidarsi. Fidarsi della testimonianza della sua giovane e promessa sposa, adombrata dallo Spirito, che non lo ha tradito per i riccioli scuri di un altro uomo, ma che si è concessa in sposa all’Altissimo. Cosa ne sa lui, uomo semplice, di apparizioni e di promesse? La notte insonne e popolata di incubi lo porta a deliberare a salvezza di Maria, rinnegandola pubblicamente per salvarle l’onore e la vita. E proprio quando, trasgredendo la Legge!, compie un immenso gesto di giustizia, Dio lo rassicura: non temere, Giuseppe. Non teme, Giuseppe, si fida e prende con sé Maria il figlio non suo, che farà suo nell’affetto e nella quotidianità. Giuseppe, che hai saputo mettere da parte i tuoi sogni, il tuo orgoglio di maschio ferito e hai fatto spazio alla novità di Dio che irrompe nella vita, prega per noi!

Solo Matteo e Luca ci parlano della nascita di Gesù. Con ogni probabilità alle primitive comunità non interessava così tanto l’infanzia del Signore, cosa invece più interessante per le comunità di seconda generazione. Così abbiamo due resoconti che bene si integrano: quello di Matteo che, da buon ebreo, è più attento alle vicende dal punto di vista di Giuseppe e quello di Luca, più attento alla storia di Maria. Lo scarno racconto di Matteo ci restituisce un uomo grande e generoso, Giuseppe, che si viene a trovare in una situazione incresciosa: la sua futura moglie aspetta un figlio non suo. La notte del povero Giuseppe è insonne e irrequieta: amante tradito vuole comunque salvare la piccola Maria rescindendo il contratto di fidanzamento senza svergognarla. Questo gesto di “giustizia” compiuto in palese disobbedienza alla legge (!) lo tranquillizza e gli spalanca il cuore a capire cosa sta veramente succedendo. Il sogno dell’angelo gli offre una chiave interpretativa che ribalta la tragica situazione. Grande Giuseppe che, una volta svegliatosi, prende con sé Maria! Sia lui ad insegnarci a credere nel Dio dell’impossibile!

Nei vangeli, Gesù è conosciuto con il mestiere trasmessogli dal padre, quello di carpentiere abile nella lavorazione del legno ma capace, come si usava allora, a fare altri lavori inerenti all’edilizia. Stupisce il fatto che Dio abbia lavorato con le sue mani, scegliendo un’occupazione impegnativa, da artigiano appunto, che ha svolto per gran parte della sua vita. Nella Bibbia il lavoro dell’uomo aiuta Dio a completare la Creazione, diventa il modo che l’uomo ha di assomigliare al Dio artigiano che costruisce il Cosmo. Lavorare perciò, dona a noi la dimensione della dignità prima ancora che garantirci il sostentamento col guadagno. Oggi, purtroppo, la dignità del lavoro e del lavoratore sono passate in secondo piano: è il profitto a determinare la validità di un lavoro e le scelte, a volte drammatiche, dell’economia che, come vediamo, finiscono col determinare anche le scelte politiche. Riappropriamoci del lavoro così come l’ha voluto Dio!
 
Paolo Curtaz
 
 
 

l’ora di san Giuseppe

È l’ora di san Giuseppe, patrono della Chiesa e della famiglia





Celebrare la festa di san Giuseppe del 19 marzo (i primi furono i monaci benedettini nel 1030, seguiti dai Servi di Maria nel 1324 e dai Francescani nel 1399; venne infine promossa dagli interventi dei papi Sisto IV e Pio V e resa obbligatoria nel 1621 da Gregorio XV) significa rendere onore liturgico al Patrono universale della Chiesa e all’avvocato di ogni famiglia. Oggi più che mai occorre pregare ed implorare la sua intercessione per l’una e per l’altra realtà. Alla Vergine Maria si tributa il culto di iperdulia (al di sopra di tutti i Santi), mentre a san Giuseppe il culto di proto dulia (primo fra tutti i Santi).

Santa Teresa d’Avila affidò sempre a lui la risoluzione dei suoi problemi e dei suoi affanni e mai San Giuseppe la deluse. Lasciò scritto la mistica spagnola: «Ad altri Santi sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell’altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuol farci intendere che a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, così anche in cielo fa tutto quello che gli chiede». Perciò, «qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada», infatti, «ho visto chiaramente che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare» (Vita, VI, 5-8).

Come implorarlo per le necessità? La Chiesa invita a pregarlo, in particolare, praticando la devozione del Sacro Manto di San Giuseppe (risalente al 22 agosto 1882, data in cui l’Arcivescovo di Lanciano, Monsignor Francesco Maria Petrarca, la approvò: orazioni da recitarsi per 30 giorni consecutivi in ricordo dei 30 anni del casto sposo di Maria Santissima a fianco e a tutela di Gesù). Un Manto che molto potrebbe ottenere nell’anno del centenario di Nostra Signora di Fatima, perché, proprio a Fatima, anche san Giuseppe apparve. Era il 13 ottobre 1917, ultima delle apparizioni mariane alla Cova d’Iria.

Pioveva a dirotto. Racconterà suor Lucia: «Arrivati (…) presso il leccio, spinta da un istinto interiore, domandai alla gente che chiudesse gli ombrelli, per recitare la Corona. Poco dopo, vedemmo il riflesso di luce e subito dopo la Madonna sopra il leccio» (Quarta Memoria di Lucia dos Santos, in A.M. Martins S.j., Documentos. Fátima, L.E. Rua Nossa Senhora de Fátima, Porto 1976, p. 349). «Cosa vuole da me?». «Voglio dirti che facciano qui una cappella in Mio onore; che sono la Madonna del Rosario; che continuino sempre a dire la Corona tutti i giorni» (Ivi, pp. 349; 351).

A questo punto Lucia chiese se poteva guarire malati e convertire peccatori, la Madonna disse che non tutti avrebbero ricevuto la grazia: «Devono emendarsi; chiedano perdono dei loro peccati» e, con un aspetto più triste, non «offendano più Dio Nostro Signore, che è già tanto offeso» (Ivi, p. 351). In seguito la Madonna aprì le mani, che emanavano luce, e le fece riflettere e proiettare nel sole. Lucia allora gridò a tutti di guardare l’astro in cielo. Mentre la Madonna si elevava congedandosi, il riflesso della sua luce continuò a proiettarsi nel sole. E accanto al sole apparvero ai veggenti: san Giuseppe, il Bambino Gesù, la Madonna, vestita di bianco, con il manto azzurro. San Giuseppe e il Bambino benedicevano il mondo: la Sacra Famiglia si presentò nel suo splendore celeste per assicurare la protezione in terra. Poi Maria Vergine divenne Addolorata, con aspetto simile alla Madonna del Carmine.

In seguito iniziò il miracolo danzante del sole. Padre premuroso e sollecito, san Giuseppe, a differenza di una certa letteratura modernista che lo tratteggia soltanto come uomo di tenerezza, fu assai forte e coraggioso (si pensi all’aver preso in sposa, contro il suo pubblico onore, la Vergine Maria in attesa di Gesù, oppure alla fuga in Egitto) e fu uomo mistico, visto che in più occasioni gli fu dato il privilegio di conoscere la volontà di Dio attraverso gli angeli. San Giuseppe, che ebbe così alta dignità e così alta responsabilità di capo della Sacra Famiglia, proteggendo la sua sposa e il Figlio di Dio, se invocato dai credenti e, principalmente, dai puri di cuore e, dunque, in grazia di Dio, non abbandonerà la Sposa di Cristo ai peccati e agli errori dei nostri tempi, sia clericali che civili. Ricorrere a lui significa affidarsi al giusto difensore celeste.

Il b. Pio IX, l’8 dicembre del 1870, quando proclamò s. Giuseppe patrono della Chiesa universale, disse: «In modo simile a come Dio mise a capo di tutta la terra d’Egitto quel Giuseppe, figlio del patriarca Giacobbe, affinché immagazzinasse frumento per il popolo, così, all’arrivo della pienezza dei tempi, quando stava per mandare sulla terra suo Figlio unigenito Salvatore del mondo, scelse un altro Giuseppe, del quale il primo era stato tipo e figura, che rese padrone e capo della sua casa e del suo possesso e lo scelse come custode dei suoi principali tesori».

Allo stesso modo Leone XIII, nell’enciclica Quamquampluries del 15 agosto 1889, afferma: «è affermata l’opinione, in non pochi Padri della Chiesa, concordando su questo la sacra liturgia, che quell’antico Giuseppe, nato dal patriarca Giacobbe, aveva abbozzato la persona e i destini di questo nostro Giuseppe e aveva mostrato col suo splendore, la grandezza del futuro custode della sacra famiglia». La stessa interpretazione venne espressa da Pio XII quando istituì la festa di san Giuseppe artigiano nel 1955. Possa il paterno discendente del Re Davide infondere nei responsabili terreni della Chiesa e nei genitori un poco del suo virile coraggio proveniente dalla sua indefettibile Fede. (Cristina Siccardi)

oh, spine crudeli


Le spine penetrano da ogni parte, per la fronte e per le tempia, e il sangue si spande per la faccia, per il collo, per la persona e gli cagionano dolori sì acuti, che gli avrebbero dato la morte, se la virtù divina non lo avesse sostenuto sino alla morte di croce. Ora questi dolori durarono fin quando Egli non mori. Oh che pena! Se una spina sola si ficcasse a qualcuno nel capo, di che animo sarebbe egli mai? E certamente, come afferma Sant'Anselmo, il venerabile capo di Cristo, il più bello e il più delicato tra gli uomini, fu trafitto da mille punture. Uscite ora, o figlie di Sion, contemplate il vero Salomone, col diadema onde lo coronò sua madre nel giorno di letizia del suo cuore Egli certamente ci amò e "sostenne i nostri dolori e sopportò le nostre infermità" (Is LIII,4).

giovedì 16 marzo 2017

Tremate, tremate, ... le suore ....

Tremate, tremate, le suore (USA) son tornate  





di Marco Tosatti

L’8 marzo in Vaticano si è  svolto un evento speciale dal titolo Voci di fede, allo scopo dichiarato di Rendere le donne invisibili visibili; l’evento si è svolto attraverso la testimonianza di dieci donne impegnate su diversi fronti in vari Paesi del mondo. Una di queste era Simone Campbell, una suora americana, un’attivista del gruppo “Nuns on the Bus”, “Suore sull’autobus”,  un progetto nato nel 2012, secondo Wikipedia  per rispondere alle critiche della Santa Sede, secondo cui le suore si impegnavano esclusivamente su alcuni temi sociali, trascurando di dare sufficiente attenzione a quelli legati alla vita: aborto, eutanasia, famiglia.

Era in corso una delle inchieste sullo stato delle religiose negli Stati Uniti, che dopo aver trovato seri problemi dal punto di vista della fede e dell’aderenza di un buon numero di religiose alle basi cattoliche si è poi concluso quando era già pontefice Jorge Mario Bergoglio in maniera piuttosto soft.

La leader di Nuns on the Bus è sister Simone Campbell che ha approfittato della sua presenza a Roma per attaccare la leadership maschile del Vaticano tout court, in un’intervista rilasciata a Josephine McKenna del Religion News Service.

“L’istituzione e la struttura sono spaventati dal cambiamento”  ha detto Campbell. “Questi maschi sono più preoccupati della forma e dell’istituzione che della gente reale”. Riferendosi al caso di Marie Collins, che si è dimessa dalla Commissione creata per offrire una consulenza nel campo degli abusi commessi nella Chiesa, Campbell ha commentato: “Bloccata dai maschi. Non è questo il reale problema all’interno della Chiesa? Lo sforzo per impedire alla Chiesa di fermare questo genere di cose è choccante. 
Riguarda il potere maschile e l’immagine del maschio, non le storie delle persone. Il problema reale è che hanno definito il loro potere come leadership spirituale, e non hanno la minima idea di che cos’è la vita spirituale”.

Mentre si svolgeva l’evento organizzato in Vaticano, Voci di Fede, il Papa e tutti i membri della Curia si trovano ad Ariccia, per una settimana di esercizi spirituali di Quaresima. Campbell ha commentato: “Non so se si tratta di un ceffone in faccia, o di quanto potere essi pensano di avere”.

L’attivista ha dichiarato che è “oltraggioso” che la Chiesa, anche se sta cambiando, non risponda in maniera più efficace alla crisi degli abusi sessuali. “La maggior parte dei tipi che gestiscono questo posto (il Vaticano ndr) non hanno mai avuto contatti con un normale essere umano che sia stato abusato, una  qualsiasi donna o ragazzo che sia stato abusato. Se non hai un contatto personale con la gente non ti si apre il cuore. La burocrazia è così spaventata di avere il cuore aperto che si nascondono”.

Ma sarà proprio così? Da quello che io so molte delle persone che lavorano in Vaticano, anche in Segreteria di Stato, fanno lavoro pastorale in qualche parrocchia, o presso altre istituzioni religiose o di assistenza. L’impressione è che le dichiarazioni di Simone Campbell sia frutto di un’ideologia femminista e anti romana di vecchio stampo. Certo che con amici così, la Chiesa non ha bisogno di nemici.