lunedì 20 febbraio 2017

Mons. Schneider: "Lutero non è un testimone del Vangelo" (stralcio dell'intervista per Rorate caeli). In morte dell'eresiarca tedesco 

 

 

Il 18 febbraio 1546 moriva suicida l’eretico Martin Lutero, dopo una notte di gozzoviglie. Vi sono varie “testimonianze”, protestanti e cattoliche, su questo ultimo gesto disperato di Lutero.
Qui, ci basti ricordare la principale; quella del suo servo personale, Ambrogio Kuntzell (o Kudtfeld) il quale, colpito nell’animo da quel terribile castigo di Dio sul suo padrone, finì col confessare tutte le particolarità! Ecco la sua testimonianza: «Martin Lutero, la sera prima della sua morte, si lasciò vincere dalla sua abituale intemperanza e con tale eccesso che noi fummo obbligati a portarlo via, del tutto ubriaco, e coricarlo nel suo letto. Poi, ci ritirammo nella nostra camera, senza nulla presagire di spiacevole! All’indomani, noi ritornammo presso il nostro padrone per aiutarlo a vestirsi, come d’uso. Allora - oh, quale dolore! - noi vedemmo il nostro padrone Martino appeso al letto e strangolato miseramente! Aveva la bocca contorta, la parte destra del volto nera, il collo rosso e deforme. Di fronte a questo orrendo spettacolo, fummo presi tutti da un grande timore! Non di meno corremmo, senza alcun ritardo, dai Prìncipi, suoi convitati della vigilia, ad annunziare loro quell’esecrabile fine di Lutero! Costoro, colpiti dal terrore come noi, ci impegnarono subito, con mille promesse e coi più solenni giuramenti, ad osservare, su quell’avvenimento, un silenzio eterno, e che nulla di nulla fosse fatto trapelare. Poi, ci ordinarono di staccare dal capestro l’orribile cadavere di Lutero, di metterlo sul suo letto e di divulgare, dopo, in mezzo al popolo, che il “maestro Lutero” aveva improvvisamente abbandonata questa vita»! Questo è il racconto della morte-suicida di Lutero, fatta dal suo domestico Kudtfeld; un “racconto” che fu pubblicato, ad Anversa, nel 1606, dallo scienziato Sédulius. Il dottor de Coster - subito chiamato! - fu lui che constatò che la bocca di Lutero era contorta, che la parte destra del suo viso era nera e che il collo era rosso e deforme, come se fosse stato appunto strangolato. Questa sua diagnosi la si può verificare su una incisione che Lucas Fortnagel fece subito il giorno dopo la morte di Lutero, e che fu pubblicata da Jacques Maritain nella sua opera: Tre riformatori, a pagina 49 (dell’edizione francese). Lutero, quindi, non morì di morte naturale, come si è falsamente scritto su tutti i libri di storia del protestantesimo, ma morì “suicida” nel suo stesso letto, dopo una lautissima cena in cui, come al solito, aveva bevuto smisuratamente e si era rimpinzato di cibo oltre ogni limite! Sopra il suo letto, un giorno, egli vi aveva scritto: «Papa, da vivo ero la tua PESTE; da morto sarò la tua MORTE»! (Pestis eram vivus, moriens ero mors tua).
Del resto, come poteva morire se non in modo così disperato chi aveva in orrore anche solo il leggere il canone della Messa e che il giorno della sua stessa ordinazione sacerdotale, mentre il suo Vescovo gli conferiva la potestà di consacrare (Accipe potestatem sacrificandi pro vivis et mortuis), si augurava che la terra l’inghiottisse (così ricorda Jacques Maritain, Tre riformatori. Lutero, Cartesio, Rousseau, Morcelliana, Brescia, 20018, con Introduzione di Antonio Pavan e Prefazione di Giovanni Battista Montini, pp. 52-53)?
Nonostante la sua morte suicida, non crediate che sia in Paradiso a godere il pegno dei giusti. Egli, infatti, giace all’Inferno, tormentato di continuo dai demoni, dopo aver rifiutato l’ultima ancora di salvezza che Dio gli aveva offerto. Come abbiamo già ricordato in altra occasione (v. qui).
A questo riguardo assai interessante è il dialogo – vero – tra Lutero e la moglie, la ex monaca Katharina von Bora, come ci è riportata da uno storico, al di sopra di ogni sospetto quale fu Jean-Marie-Vincent Audin, nella sua Storia della vita di Martin Lutero. Ecco la traduzione italiana: «Una sera, le stelle scintillavano di straordinario splendore, il cielo sembrava di fuoco … - Osserva come quei punti luminoso risplendono, disse Caterina a Lutero … Lutero alzò gli occhi – Oh! che viva luce! disse, essa non risplende per noi! – E perché? soggiunse Bora, forse che saremmo privati del regno de’ cieli? Lutero sospirò … - Forse, disse, per punirci perché abbiamo abbandonato il nostro stato - Bisognerebbe dunque ritornarvi? suggiunse Caterina. – È troppo tardi, il carro è impantanato, replicò il dottore, e ruppe il colloquio» (Jean-Marie-Vincent Audin, Storia della vita, delle opere e delle dottrine di Martino Lutero, vol. II, Milano 1842, p. 126. Nella versione francese, Id., Histoire de la vie, des écrits e des doctrines de Martin Luther, vol. II, Paris 1841, p. 278). Lutero aveva, dunque, rimorsi di coscienza per aver abbandonato i suoi voti? Dio, dunque, nella sua infinita misericordia, aveva offerto all’eresiarca un’ultima ancora di salvezza, nella speranza che lo spettacolo del cielo lo inducesse a pentimento ed a resipiscenza per il male commesso, per i voti infranti e per essere stato causa, con le sue empie, dottrine, della dannazione di molte genti ed intere generazioni di uomini.
Che sia dannato, poi, non lo diciamo noi. Ce l’attestano i mistici. Una di queste, come ricordavamo in altre occasioni, fu la Beata Maria Serafina Micheli, elevata agli onori degli altari nel maggio 2011 (v. qui e qui). Come ci racconta don Marcello Stanzione (v. Suor Serafina Micheli e la visione di Lutero all’Inferno, in Milizia di San Michele, nonché La posizione di Martin Lutero all’inferno/ Extra Ecclesiam nulla salus, in Radiospada, 24.8.2012), nel 1883, la mistica si trovava a passare per Eisleben, nella Sassonia, città natale di Lutero. Si festeggiava, in quel giorno, il quarto centenario della nascita del grande eretico (10 novembre 1483), che spaccò l’Europa e la Chiesa in due, perciò le strade erano affollate, i balconi imbandierati. Tra le numerose autorità presenti si aspettava, da un momento all’altro, anche l’arrivo dell’imperatore Guglielmo I, che avrebbe presieduto alle solenni celebrazioni. La futura beata, pur notando il grande trambusto non era interessata a sapere il perché di quell’insolita animazione, l’unico suo desiderio era quello di cercare una chiesa e pregare per poter fare una visita a Gesù Sacramentato. Dopo aver camminato per diverso tempo, finalmente, ne trovò una, ma le porte erano chiuse. Si inginocchiò ugualmente sui gradini ... d’accesso, per fare le sue orazioni. Essendo di sera, non s’era accorta che non era una chiesa cattolica, ma protestante. Mentre pregava le comparve l’angelo custode, che le disse: “Alzati, perché questo è un tempio protestante”. Poi le soggiunse: “Ma io voglio farti vedere il luogo dove Martin Lutero è condannato e la pena che subisce in castigo del suo orgoglio”. Dopo queste parole vide un’orribile voragine di fuoco, in cui venivano crudelmente tormentate un incalcolabile numero di anime. Nel fondo di questa voragine v’era un uomo, Martin Lutero, che si distingueva dagli altri: era circondato da demoni che lo costringevano a stare in ginocchio e tutti, muniti di martelli, si sforzavano, ma invano, di conficcargli nella testa un grosso chiodo. La suora pensava: se il popolo in festa vedesse questa scena drammatica, certamente non tributerebbe onori, ricordi, commemorazioni e festeggiamenti per un tale personaggio. In seguito, quando le si presentava l’occasione ricordava alle sue consorelle di vivere nell’umiltà e nel nascondimento. Era convinta che Martin Lutero fosse punito nell’Inferno soprattutto per il primo peccato capitale, la superbia.
Vanno perciò rigettati, in quanto erronei, contrari alla fede, maleodoranti, perniciosi, storicamente falsi, che portano all’esaltazione di un’anima reproba ed al danno di tante anime, tutti quegli insegnamenti “magisteriali”, che dipingono l’eresiarca come un sincero cercatore di un rinnovamento spirituale della Chiesa, come un una persona profondamente religiosa che ardeva di ansia apostolica per la salvezza delle anime (forse chi lo dice dimentica i Discorsi conviviali dell’eresiarca … o che aveva avallato la bigamia: v. qui) o come personaggio il cui pensiero sarebbe asseritamente cristocentrico, un personaggio che aveva idee cattoliche, ecc. (su queste ed altri insegnamenti “magisteriali” sull’eresiarca, in piena continuità tra loro, cfr. Lutero e la Riforma: Bergoglio in continuità con Wojtyla e Ratzinger, in UCCRline.it, 16.2.2017). Nulla di più fallace ed erroneo. Non foss’altro perché – come ricordato con un aforisma in altra occasione - anche Lucifero aveva buone intenzioni (dal suo punto di vista ovviamente) ed iniziò bene: era un eccelso angelo! Pure Giuda Iscariota iniziò bene: era un discepolo prescelto da Gesù stesso! Pure Ario o Nestorio iniziarono bene (l’uno era prete e l’altro patriarca di Costantinopoli) ed avevano – inizialmente – idee cattoliche … . Chi dice questo non ha inteso che, nella logica del Vangelo, non è detto che chi inizia bene, finisca parimenti bene. Anzi, è vero il contrario. Nella storia della Chiesa, molti Santi hanno iniziato la vita da grandi peccatori, per poi finire bene. È la logica degli operai dell’ultim’ora.
Non a caso, peraltro, la Chiesa ha sempre invitato i fedeli ad invocare da Dio il dono della perseveranza finale, poiché il momento della morte è quello decisivo, più importante persino della nascita: è quello in cui ci si gioca l’eternità. Poco importa – dinanzi a Dio – cosa si sia stati in vita: ciò che conta è come ci si trovi, in rapporto a Dio, al momento della morte. Per questo, invochiamo la Vergine, nell’Ave Maria, di pregare per noi «adesso e nell’ora della nostra morte» (nunc et in hora mortis nostrae), stante la decisività di quell’istante finale nel quale è in gioco l’eternità.
Nel giorno della morte dell’eresiarca, perciò quanto mai appropriato è questo stralcio dell’intervista a Mons. Schneider, nel quale – in maniera chiara – ricorda come Lutero non possa essere definito un testimone del Vangelo. L’intervista è riportata in Rorate caeli, Feb. 16, 2017.

http://www.scuolaecclesiamater.org/2017/02/mons-schneider-lutero-non-e-un.html

come bestemmiare sull' OSTIA

I sette peccati contro l'Eucaristia che pochi conoscono

 
 
I sette peccati contro l’Eucarestia
Perché sia salda la chiarezza della fede nella Presenza eucaristica e indiscussa la fedeltà a tale Presenza, ricordiamo la denuncia già fatta dei sette peccati contro la Santissima Eucaristia.


1. Non creder nella Messa come sacrificio, ma celebrarla solo come convito fraterno, come invito alla festa e alla gioia, non alla preghiera e di ringraziamento e alla penitenza.

2. Negare la partecipazione all’offerta cruenta della Croce sacramentalmente rapresentata sull’altare nella celebrazione di ogni messa.

3. Non credere che le parole della consacrazione producono la vera, reale, sostanziale presenza di Gesù Cristo sotto le specie eucaristiche, ritenendo tale presenza solo simbolica.




4. Non curarsi di briciole e frammenti del pane consacrato caduti durante la celebrazione, non considerandoli più materia del sacramento.

5. Non inginocchiarsi durante la Consacrazione, né davanti al tabernacolo, poiché l’Ostia sarebbe solo un simbolo e non il vero Corpo di Cristo.

6. Giudicare superflua la Confessione sacramentale prima di comunicarsi, anche in stato di peccato mortale, perché sarebbe sufficiente amare Cristo, fidarsi dei suoi meriti e rimettersi alla misericordia del Padre. Con la conseguente moltiplicazione dei sacrilegi.

7. Ritenere che basti la recita del Confiteor per ottenere il perdono dei peccati mortali, dimenticando che Gesù ha detto ai suoi apostoli: “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv. 20)

sabato 18 febbraio 2017

Siamo caduti nell'eresia.

Divorziati risposati, per fare la Comunione basta il proposito di cambiare 

 


È stato presentato il 14 febbraio alla Radio Vaticana il piccolo libro del cardinale presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi Il capitolo ottavo della Esortazione apostolica postsinodale «Amoris laetitia» (Città del Vaticano, Libreria editrice vaticana, 2017, pagine. 51, 8 euro). Pubblichiamo il testo della presentazione. del teologo don Maurizio Gronchi, consultore del Sinodo sulla famiglia e docente alla Pontificia Università Urbaniana.
«Il pregio principale della lettura guidata del capitolo ottavo di Amoris laetitia del cardinale Francesco Coccopalmerio è di far parlare il documento, lasciando emergere ciò che a un rapido sguardo fin troppo sbrigativo rischia di venir trascurato, se non sacrificato o ancor peggio travisato, come talvolta è avvenuto. Con asciutta precisione e chiarezza essenziale, il canonista mostra che non sono necessarie acrobazie per cogliervi la novità pastorale nella continuità della tradizione dottrinale della Chiesa. I fondamenti della teologia del matrimonio sono uniti, senza confusione, con quelli della teologia morale; il profilo ideale della famiglia cristiana è distinto, senza separazione, dalla saggezza pastorale rivolta a quanti hanno sperimentato il fallimento matrimoniale. L’acribia con cui viene commentato il documento pontificio mostra in modo limpido in quale maniera sia sempre necessario interpretare i testi magisteriali: non per dubitarne, ma per comprenderli e accoglierli».

«I primi tre capitoli pongono le basi per l’interpretazione teologica, che si svolge nei tre successivi. Dapprima si mette in luce la certezza della dottrina della Chiesa su matrimonio e famiglia; l’atteggiamento pastorale della Chiesa verso le persone in qualche situazione “irregolare”; le condizioni soggettive di coscienza di queste persone e il problema della loro ammissione ai sacramenti, con metodo espositivo semplice: breve introduzione, testo di Amoris laetitia, conclusione schematica. L’autore è consapevole della difficoltà di capire con esattezza la questione della connessione tra le condizioni soggettive o di coscienza delle persone nelle diverse situazioni non regolari e l’accesso ai sacramenti. Alla luce del n. 301 del documento, sui condizionamenti e le circostanze che attenuano la responsabilità soggettiva — tali da impedire di formulare un giudizio di peccato mortale, da non permettere «di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa» — emerge la posizione chiara del cardinale relativa alla coscienza che le persone hanno della loro situazione illegittima e delle difficoltà a uscirne. «Il testo, dunque, afferma che le persone delle quali si parla sono coscienti “dell’irregolarità”, sono, in altre parole, coscienti della loro condizione di peccato (…) si pongono il problema di cambiare e quindi hanno l’intenzione o, almeno, il desiderio di cambiare la loro condizione» (pp. 20-21)».

«Questo argomento è in effetti poco sottolineato da altri. Si fa qui presente la serietà della coscienza di coloro che vivono in una unione non sacramentale: sanno di non vivere la pienezza dell’amore di Cristo, e ne soffrono. Questo punto è decisivo anche per la possibilità di accedere ai sacramenti da parte di coloro che non riescono ad astenersi in modo completo dai rapporti coniugali (cfr. Familiaris consortio, 84). Interrompere l’intimità della vita coniugale, col rischio di compromettere il bene dei figli (secondo Gaudium et spes, 51, citato nella nota 329 di Amoris laetitia), ad alcuni può sembrare inadeguato. In verità — scrive Coccopalmerio — «è una indicazione data dal concilio per situazioni di matrimonio, in altre parole di unioni legittime, mentre è applicata dalla Esortazione Apostolica a casi di unioni, almeno oggettivamente, non legittime. Credo, però, che tale differenza non sia rilevante per la correttezza della suddetta applicazione» (p. 24), ovvero di prendere questa decisione senza una nuova colpa».

«Di conseguenza, la tanto discussa interpretazione della nota 351 viene così chiarita: «La Chiesa, dunque, potrebbe ammettere alla Penitenza e alla Eucaristia i fedeli che si trovano in unione non legittima, i quali però verifichino due condizioni essenziali: desiderano cambiare situazione, però non possono attuare il loro desiderio. È evidente che le condizioni essenziali di cui sopra dovranno essere sottoposte ad attento e autorevole discernimento da parte dell’autorità ecclesiale. Verissimo, infatti, si rivela, specialmente in queste occasioni, il ben noto principio: Nemo iudex in causa propria» (p. 27). L’autore sceglie di «valutare teologicamente la eventuale ammissione di un fedele ai sacramenti della Penitenza e della Eucaristia» e aggiunge: «Credo che possiamo ritenere, con sicura e tranquilla coscienza, che la dottrina, nel caso, è rispettata» (p. 28). Infatti, la dottrina rispettata è quella dell’indissolubilità del matrimonio, perché tale condizione è riconosciuta come non conforme al Vangelo; la dottrina del sincero pentimento: si ha la coscienza del peccato oggettivo e il proposito di cambiamento, seppur al momento non attuabile; infine la dottrina della grazia santificante: per accedere all’eucaristia è sufficiente il proposito del cambiamento».

«Conclude perciò il cardinale: «Ed è esattamente tale proposito l’elemento teologico che permette l’assoluzione e l’accesso all’Eucaristia, sempre — ripetiamo — in presenza dell’impossibilità di cambiare subito la condizione di peccato» (p. 29). Riguardo al tema del proposito ci permettiamo di aggiungere una preziosa indicazione contenuta nella nota 364 dell’esortazione, ove si richiama una raccomandazione di Giovanni Paolo II ai confessori: si tenga conto che «la prevedibilità di una nuova caduta “non pregiudica l’autenticità del proposito”». Merita ascoltare il passaggio completo della lettera pontificia al cardinale Baum (22 marzo 1996): «Se volessimo appoggiare sulla sola nostra forza, o principalmente sulla nostra forza, la decisione di non più peccare, con una pretesa autosufficienza, quasi stoicismo cristiano o rinverdito pelagianismo, faremmo torto a quella verità sull’uomo dalla quale abbiamo esordito, come se dichiarassimo al Signore, più o meno consciamente, di non aver bisogno di Lui. Conviene peraltro ricordare che altro è l’esistenza del sincero proponimento, altro il giudizio dell’intelligenza circa il futuro: è infatti possibile che, pur nella lealtà del proposito di non più peccare, l’esperienza del passato e la coscienza dell’attuale debolezza destino il timore di nuove cadute; ma ciò non pregiudica l’autenticità del proposito, quando a quel timore sia unita la volontà, suffragata dalla preghiera, di fare ciò che è possibile per evitare la colpa».

«Dal quarto al sesto capitolo, il commento del cardinale Coccopalmerio affronta il problema della relazione tra dottrina e norma, in generale e in particolare, alla luce dell’ontologia della persona, nella quale «possiamo distinguere due tipologie di ontologia della persona»: quella costituita dagli elementi comuni, che ha la caratteristica di essere generale e astratta, e quella degli elementi singolari, che considerano la realtà concreta di questa persona. Tenendo conto più della seconda che della prima, ci si rende conto «di quegli elementi che in qualche modo limitano la persona, soprattutto nella capacità di capire, di volere e perciò di agire» (p. 35), che Amoris laetitia chiama condizionamenti, circostanze attenuanti, fragilità. Il rispetto dell’ontologia concreta di ogni persona ha delle conseguenze pastorali ben evidenziate dall’esortazione: la legge della gradualità, la valorizzazione del bene possibile, la non immediata imputabilità di coloro che non adempiono la legge, e perciò non possono essere giudicate. Lungo questa saggia strada pastorale occorre procedere verso l’integrazione nella vita ecclesiale, che comporta una «molteplice ministerialità e l’esercizio della carità fraterna» (p. 45). Nel capitolo conclusivo, l’autore chiama «ermeneutica della persona» quella che ritiene la prospettiva centrale di Papa Francesco, il quale «valuta la realtà attraverso la persona o, ancora, mette innanzi la persona e così valuta la realtà. Quello che conta è la persona, il resto viene di logica conseguenza. E la persona è un valore in sé, a prescindere per tale motivo dalle sue peculiarità strutturali o dalla sua condizione morale» (p. 47). In questa prospettiva va letta la ricerca della pecora perduta da parte del pastore, superando ogni forma di emarginazione. Ma «se il Papa non emargina chi sbaglia, non va questo atteggiamento a scapito dell’integrità della dottrina? Accogliendo il peccatore, giustifico il comportamento e sconfesso la dottrina?» (p. 49). La risposta dell’autore è decisamente negativa. A conclusione della nostra presentazione potrebbe essere utile ricordare che la questione dell’inadeguata opposizione tra dottrina e pastorale ha radici antiche. Oggi, come ieri, siamo sollecitati dalla medesima questione. Il Vaticano II va inteso in modo pastorale o dottrinale? Lo stile e l’insegnamento pastorale di Papa Francesco costituisce un vero apporto dottrinale? La risposta che proviene dalla tradizione cristiana non conosce l’alternativa, ma soltanto l’armonica integrazione tra le due dimensioni costitutive della trasmissione della fede: la novità nella continuità, tra distinzione senza separazione e unione senza confusione. Come conferma anche questo contributo del cardinale Coccopalmerio con il suo piccolo e importante volume».

http://www.famigliacristiana.it/articolo/per-fare-la-comunione-basta-il-proposito-di-cambiare.aspx

Custos, quid de nocte?

di Roberto Pecchioli
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“In un tempo senza ideali né utopia, dove l’unica salvezza è un’onorevole follia.” Sono versi di Giorgio Gaber, scritti con Sandro Luporini per i suoi spettacoli che restano tra gli eventi italiani più significativi di fine XX secolo. Un’epoca di rassegnata decadenza, come dice l’incipit di quello stesso brano, “Io persona”. Il tema della libertà è forse il più potente tra quelli del signor G, e dà il titolo al suo testo forse più noto, La libertà, del 1972. Vi si dice, ed è così, che la libertà non è star sopra un albero; essere liberi non vuol dire banalmente poter fare tutto ciò che si vuole lasciandosi trascinare da una dionisiaca febbre di astratta indipendenza, ma ha un significato ben più profondo: una libertà autentica si realizza quando ciascuno ha la possibilità di conoscere, partecipare e decidere.

In quest’ottica, il nostro è il tempo della più drammatica tra le illusioni di libertà. Poiché tuttavia le libertà non si perdono mai tutte insieme, ci troviamo ad un punto di svolta, in un tornante durante il quale libertà concrete vengono smontate, negate, anzi decostruite, e si lavora alacremente ad un gigantesco progetto di totalitarismo in maschera. Un rapporto ufficiale del governo britannico, mai smentito, pubblicato dalla coraggiosa Arianna Editrice nel 2015 nel libro del giornalista investigativo Daniel Estulin, Transevolution, l’era della decostruzione umana, afferma testualmente “i concetti di democrazia e libertà scompariranno per essere rimpiazzati da una dittatura ad alta tecnologia fondata sulla sorveglianza, il controllo e la manipolazione mentale.” Niente di meno, e la fonte è un organismo della nazione che si vanta di essere patria e levatrice della libertà. C’è di più, poiché le parole hanno ciascuna un peso: non scompariranno semplicemente libertà e democrazia come fatti, qualunque sia il significato che gli attribuiamo, ma i concetti stessi. Mancheranno le parole per descriverle, perché ce le sequestreranno, come ammise Aldous Huxley nel 
Mondo Nuovo e capì George Orwell.

Non resta che alzare la guardia, e resistere come la scolta idumea nel canto biblico di Isaia: “una voce chiama da Seir in Edom: Sentinella! Quanto durerà ancora la notte? E la sentinella risponde: Verrà il mattino, ma è ancora notte. Se volete domandare, tornate un’altra volta.” La parte più cupa della notte sta per iniziare, siamo ancora in quell’imbrunire che i francesi chiamano “entre chiens et loups”, tra cani e lupi, allorché si distingue ancora, ma in maniera imperfetta. Il francese Etienne De la Boétie, nel celebre Discorso sulla servitù volontaria, fu il primo ad avvertire che spesso l’uomo rinuncia alle libertà naturali per piaggeria, abitudine, pavidità. Al tiranno, sosteneva, non si tratta di strappargli qualcosa, ma di non offrirgli nulla, ossia l’anima nostra.

Con altre parole, espresse analogo concetto Goethe, scoprendo che non vi è miglior schiavo di chi si crede libero. Vero, ma i mezzi dei loro secoli erano imparagonabili a quelli posseduti dalle oligarchie contemporanee: l’intero sistema di comunicazione ed intrattenimento, più il dominio della tecnologia, il monopolio del denaro e la forza coercitiva, quando serve, degli apparati del potere politico e militare. Possiedono tutti i mezzi, determinano tutti i fini, se ne inquietò persino il più coerente dei liberisti, Friedrich Von Hajek.

L’attacco, formidabile e concentrico, all’albero della libertà, quello che Jefferson diceva dovesse essere bagnato ad ogni generazione dal sangue dei patrioti e dei tiranni, è in pieno svolgimento. Vediamo alcuni segnali. Sul versante della libertà di pensiero e di espressione, le società liberali moderne hanno ormai imboccato la strada del proibizionismo con sanzione penale. Non si possono discutere “gli esiti del processo di Norimberga”, né si è permesso dir bene di se stessi, giacché preferire la propria nazione o etnia alle altre è espressamente vietato da norme come la nostra legge Mancino, che vuol colpire le cosiddette “discriminazioni” (ma discriminare significa distinguere, quindi ragionare, scegliere!)  ed è ormai una norma omnibus.

Se lo scrivente, nelle righe a seguire, manifestasse fiera antipatia per la città di Cuneo e per i suoi abitanti potrebbe essere trascinato dinanzi ad un tribunale e condannato a pene detentive. A molti ragazzotti ultrà di calcio, i cui limiti culturali e civili sono evidenti a tutti, sono state inflitte pene per cori da stadio spesso stupidi o volgari, ma certo meno pericolosi dei mille gravi reati che restano quotidianamente impuniti. Il presente è quello delle norme a contrasto di un altro psico-reato, l’omofobia, il neologismo che bolla chi preferisce (discrimina…) l’orientamento sessuale normale, ribattezzato eterosessuale, a quello omosessuale. In galera, urlava anni fa una canzone del genere demenziale di Giorgio Bracardi. “La vuoi la minestrina? Te piace la minestrina? Mangia la minestrina! In galera!”

Delle norme sempre in vigore contro i rigurgiti fascisti nel 2017, in totale assenza di fascismo, meglio tacere. Si può andare a processo ed essere condannati per aver levato il braccio in un saluto vecchio di due millenni. In assenza del reato, peraltro, nessuno si esibirebbe nel saluto. L’ultima novità, pericolosissima, che dimostra l’esistenza di un piano per sottomettere il libero pensiero, è quella che intende punire le “false notizie”, o fake news, nell’inglese degli stenterelli. Un’operazione che va avanti da mesi, in Italia grande sponsor è la signora Boldrini, la presidenta della Camera passata dal ruolo di funzionaria dell’ONU, organizzazione mondialista e transnazionale alla militanza nella sinistra radical chic premiata con la terza carica dello Stato italiano. A proposito, il correttore del sistema Word non riconosce come esatto il termine presidenta: proponiamo sanzioni contro Microsoft.

Ma quali saranno le false notizie? Ci vorrà un bollino blu, o un timbro della Questura, forse basterà il via libera della CNN o dell’Agenzia Reuter, tanto sono tutte di proprietà degli stessi super padroni, Rothschild, Rockefeller, ora anche Amazon (Washington Post). Ricordate quando deridevamo le veline provenienti dall’agenzia sovietica Tass, o i plumbei editoriali della Pravda, che vuol dire verità? Insomma, è già attiva la psico polizia decisa a stroncare chi non dice la (loro) verità, in rete o sulla stampa. Scommettiamo un centesimo su chi si accanirà, e ricordiamo che in Francia, altra terra della libertà, inscindibile dall’uguaglianza e della fraternità, è in corso di discussione una legge che impedirà di svolgere attività contro l’aborto. Contro la vita si può dire o fare qualsiasi cosa, ma se si oserà fare propaganda contro l’interruzione volontaria di gravidanza (sentite come è più dolce e neutro il concetto, se lo chiamiamo così) è pronta la Bastiglia.

Nulla di nuovo, infine: Karl Popper, pensatore sopravvalutato, scagliò dardi velenosi contro i nemici della “società aperta”, indegni di manifestare le loro convinzioni. Si stanno solo allargando, esplorano il terreno, sino ad oggi la ribellione è poca e limitata a soggetti che il sistema provvede quotidianamente a screditare e stigmatizzare. Dai tempi di 1984, il capolavoro di Orwell, è aumentata la quantità di odio sparso ai quattro venti. Prudente, o più moderato, il partito Socing tiranno di Oceania, obbligava alla pratica collettiva di due minuti quotidiani di odio nei confronti dell’arcinemico inesistente Emmanuel Goldstein. La dose è massicciamente aumentata, nella realtà degli anni Duemila. Bersagli favoriti, populisti, omofobi, razzisti, xenofobi, sessisti, femminicidi (!), ma anche insegnanti severi, genitori non permissivi, sacerdoti che difendono la fede di sempre, a scendere sino a chiunque non sia allineato al pensiero unico liberale, libertario, progressista eccetera eccetera.  Vietato vietare, da circa mezzo secolo, eccetto che per lorsignori e lorcompagni.

Quanto alle false notizie, una la ricordiamo bene, le rivelazioni sulle armi di distruzione di massa in possesso, garantì l’America, del bieco Saddam Hussein. Per evitare l’accusa infamante di complottismo, evitiamo di discutere dei dubbi relativi all’11 settembre ed alla figura di Bin Laden. I complottisti sono infatti i falsari per eccellenza, non a caso il termine fu introdotto dalla CIA per bollare chi non credeva alla verità ufficiale sull’assassinio di John Kennedy, il quale, come tutti sanno, fu ucciso da un killer solitario, Lee Oswald, caduto pochi giorni dopo sotto i colpi di un altro squilibrato, Jack Ruby.

La verità non può mai essere “ufficiale”: qualunque aggettivo ne sminuisce o nega il principio. Le versioni ufficiali di qualcosa, innalzate a verità per motivi di potere o di interesse, dovrebbero essere bandite proprio nei regimi liberi, nelle società aperte. Così non è, ma è molto irritante il solo pensarlo, affermarlo espone già a rischi. La scienza, ad esempio, afferma che molte delle differenze tra uomo e donna sono di natura genetica. La nuova, potentissima teoria del gender, cara alle oligarchie, lo nega con forza. A chi verrà tappata la bocca? Sarà la tecnologia, sarà il mercato, ma persino i supporti di ausilio contro le apnee notturne sono diversi tra uomo e donna: pare che ci siano differenze nell’apparato respiratorio. Si suggerisce una nuova battaglia per farla finita con questa “discriminazione”.

L’ossessione per l’estensione dell’uguaglianza ad ogni ambito dell’esistenza colpisce per la sua incapacità di fermarsi, fosse solo per prendere fiato e guardarsi intorno. Naturalmente, l’unica ineguaglianza ammessa ed incoraggiata è quella economica, e le disuguaglianze in quel campo sono tali da far arrossire chiunque, specie i difensori dei poveri chiamati sinistra. Ma le verità munite del timbro santificante di quella parte sono indiscutibili come i dogmi della Chiesa al tempo in cui vigeva la fede cattolica. Per molti adoratori della libertà e della democrazia, è lecito e giusto impedire con ogni mezzo l’attività dei movimenti politici loro avversari, e propongono quasi ogni giorno nuove leggi contro le idee di qualcuno. Nuovi pregiudizi si sostituiscono a quelli vecchi, con la pretesa della superiorità morale e l’invocazione della sanzione e del divieto scritti nei codici.


Butto giù qualche luogo comune (i luogocomunisti sono partito di immensa maggioranza!): il Medioevo fu un’epoca buia, l’inquisizione e la caccia alle streghe furono una vergogna esclusivamente cattolica, gli Spagnoli furono brutali conquistatori, a differenza degli Inglesi, gran civilizzatori (oltreché mercanti di schiavi), l’illuminismo trasse l’umanità dall’ignoranza e dall’infanzia della conoscenza, l’Italia vinse (!!!) la seconda guerra mondiale per merito dei partigiani, la strategia  della tensione e le bombe ci furono per impedire ai buoni (Il PCI) di andare al potere. Potremmo continuare, fino all’aborto “legge di civiltà” o al matrimonio omosex vittoria dell’amore. Non ci sono più le mezze stagioni, l’ultimo povero luogo comune innocente ed innocuo.

Negli ultimi giorni abbiamo verificato anche che è sostanzialmente vietato, anche ad una madre in lutto, dire che le canne e le droghe dette leggere fanno male. Roberto Saviano, l’intellettuale di riferimento dell’Italia smart, si è indignato, scagliandosi contro il “proibizionismo”, che naturalmente difende a spada tratta allorché si tratta di impedire la diffusione di principi ed idee opposte al pensiero dominante di cui è esponente di punta. I giovani italiani – e non solo loro – sballino pure, è un loro pieno diritto, e sia apprestato un rogo in Campo de’ Fiori per chi si ostina a dire che le droghe fanno male, chi siamo noi per giudicare e proibire? Se qualcuno muore, sono danni collaterali, come nei bombardamenti umanitari. Unanime riprovazione per Trump che ha tagliato i fondi alle organizzazioni abortiste. E’ una società disinfettata che inclina all’obitorio, se conoscessimo l’inglese forse la chiameremmo morgue society, ci si indigna non per le vite buttate o soppresse, ma perché qualcuno ritira dal gioco il denaro pubblico.

Il clima è questo, e intanto il potere vero cuoce la rana a fuoco moderato. Ritirano il denaro contante dalle nostre tasche, dicendo che così è più comodo, ma ciò che non ho in mano non è più davvero mio. Promettono salute e lunga vita per tutti applicando sotto pelle microchip e, presto, biochip, ma l’esito è il controllo, al centimetro, dei nostri spostamenti, delle nostre abitudini, dei consumi e delle convinzioni di ciascuno. Riveliamo tutto allegramente a Facebook, ovvero ad un super miliardario come Zuckerberg. Nessun regime totalitario ha mai potuto neppure sognare un controllo globale tanto capillare. Del nostro p/c e dello smartphone, siamo proprietari solo della ferraglia, l’hardware, dei software siamo solo licenziatari, possono ritirarceli quando vogliono, come può fare la banca per la carta di credito e Facebook per un profilo non conforme ai criteri stabiliti da loro.

Tante cose ce le offrono gratis, ma, qualcuno osservò che quando qualcosa è gratis, anzi free, significa che sei tu il prodotto che stanno vendendo. Le menzogne dalle quali siamo circondati sono rassicuranti, insinuanti, dolci. I fatti sono che l’opera di ri-costruzione di un’umanità docile ed ignara è avanzata, i lavori sono ben oltre le fondamenta.  Insieme con le sigle nemiche del potere finanziario, iniziamo tutti a tenere a mente un altro acronimo: GAFA, Google, Amazon, Facebook, Apple. Silicon Valley, oggi padroni in condominio, domani padroni e basta. Non sono marchi o ologrammi, ma i titolari delle tecnologie che cambiano il mondo, modificano gli uomini, muovono fiumi di denaro, possiedono già la mente di milioni di persone. Non si fermeranno, se non li fermeremo. Ma questa è un’altra storia, e riguarda la libertà e la vita di questa vecchia specie chiamata umanità. Ne riparleremo.

tassa sulla via Crucis

Roma, spunta una tassa per le processioni religiose

Un fax di sei righe scritto in burocratese, ma che stavolta non lascia adito a dubbi (qui trovi l'originale). «In prossimità delle festività pasquali il nostro municipio informa i Parroci delle parrocchie interessate, che il modello inerente la richiesta in oggetto (domande per le processioni dello stesso periodo, ndr) è reperibile sul sito del IV municipio - servizi al cittadino - modulistica- commercio - occupazione suolo pubblico o presso il medesimo ufficio».
Sì, avete letto bene. Il IV municipio di Roma (zona Pietralata, alla periferia sud-est, amministrato dal Movimento 5Stelle) chiede alle 18 parrocchie che insistono sul suo territorio di pagare una tassa per occupazione di suolo pubblico in occasione delle processioni o delle via crucis che dovessero svolgersi lungo le vie del quartiere: in soldoni 70 euro «per rimborso spese istruttoria» più altri 16 per il bollo, oltre naturalmente al Canone da determinare (ma in questo caso in base a quali criteri?).

La via crucis o la processione religiosa, dunque, alla stregua delle bancarelle commerciali o dei gazebo di bar e ristoranti o delle impalcature per lavori di restauro. Con tanto di indicazione dei moduli da riempire, dell’ufficio dove recarsi per pagare e del termine entro cui effettuare il tutto: il 4 marzo prossimo. Servizi al cittadino, appunto. «Quando mi è arrivato il fax non sapevo se piangere o ridere – dice ad Avvenire don Fabrizio Biffi, parroco di San Fedele da Sigmaringa a via Mesula, che ha sollevato il caso –. Poi ho scelto la strada dell’ironia, come tutti hanno potuto leggere sul sito internet della parrocchia. Una cosa è certa. Si tratta di un provvedimento che non ha nessuna giustificazione».

L’ironia di don Fabrizio è tutto sommato bonaria, ma senza rinunciare ad alcune efficaci stoccate. «Non temete e non vi preoccupate – scrive alla Presidente del Municipio, Roberta Della Casa – perché la nostra parrocchia non farà richiesta. Ci disturba un po’ relegare una processione del Venerdì di quaresima ad attività commerciale, con occupazione di suolo pubblico. Anzi vi promettiamo che saremo attenti a non consumare ulteriormente le strade. Dopo le nostre processioni, con tutti quei danni che fanno le scarpe con il loro attrito, e con le preghiere che pesano sul-l’asfalto, come potremmo dormire sonni tranquilli? Complimenti, siete riusciti a eliminare il problema. Non facendo processioni, certamente ci saranno meno buche e voi avrete meno spese». 

Chiaro il riferimento alle strade di Roma, il cui asfalto da diversi anni versa in condizioni pietose. Don Biffi conferma anche al telefono la sua intenzione di rinunciare per quest’anno alla Via Crucis che tradizionalmente teneva il venerdì precedente a quello Santo. «Gli altri anni – spiega – facevamo una semplice comunicazione alla questura e al comando dei vigili di via Fiorentini e qualche volta ci mandavano la pattuglia. Ma una richiesta del genere non si era mai vista.

Vorrà dire che la faremo all’interno della parrocchia, perché essere paragonati agli esercizi commerciali proprio no». In effetti il provvedimento amministrativo appare abbastanza singolare. E potrebbe avere persino profili di incostituzionalità, andando a ledere l’intangibile diritto alla libertà di culto. È quanto filtra, in assenza per ora di reazioni ufficiali, da ambienti vicini al Vicariato di Roma. Il caso di processioni religiose, infatti, non è assolutamente configurabile come occupazione di spazio pubblico, dato che i fedeli si limitano a percorrere una strada in un dato tempo. 

Come per tutte le manifestazioni che implicano un minimo di ordine pubblico bisogna semplicemente darne comunicazione agli organi preposti, ma non c’è neanche bisogno di una autorizzazione. Di solito poi vengono inviate sul posto una o più pattuglie della polizia municipale, per fermare il traffico il tempo strettamente necessario al passaggio della processione e garantire l’incolumità dei fedeli. Da questo punto di vista le processioni sono assimilabili ai cortei sindacali e politici e ad altre manifestazioni di manifestazione del pensiero, che hanno nella Costituzione una analoga garanzia. 

Diverso sarebbe il caso di restauro della facciata di una chiesa, che richieda il posizionamento di impalcature e l’apertura di un cantiere su porzioni di suolo pubblico. Oppure il caso di una festa, anche parrocchiale, che preveda l’uso di un palco ad esempio sul sagrato o sulla piazza antistante la Chiesa. In questi casi effettivamente si paga l’occupazione del suolo e si così, viene sottolineato, si è sempre fatto a Roma. Perché dunque il provvedimento del IV municipio non tiene conto di queste norme? 'Semplice' ignoranza, o qualcosa di più, da parte di un municipio che come scrive don Biffi, «oltre che laico è forse anche un tantino prevenuto? ».

venerdì 17 febbraio 2017

x comunicare con te


i teologi: riabilitare Giordano Bruno

Giordano Bruno: tanto fumo poco arrosto



Il 17 febbraio dell’anno 1600 fa venne arso vivo a Campo de’ Fiori a Roma il noto filosofo Giordano Bruno, ad opera del Tribunale Ecclesiastico. Oggi ci viene presentato dalla scuola e da buona parte della storiografia come un martire del libero pensiero caduto vittima della terrificante macchina inquisitoriale per le sue tesi che si discostavano dall’ortodossia cattolica. Ma chi fu veramente Giordano Bruno?

Noto per la sua misoginia, Bruno dovette fuggire nel 1576 dal convento nel quale risiedeva per evitare un processo per eresia e viaggiando per l’Europa acquistò la fama di mago e di esperto della tradizione ermetica. Rifugiandosi nel 1579 nella Ginevra calvinista, inizialmente aderì al calvinismo per poi esserne scomunicato.

Lavorò in seguito come spia di  sir Francis Walsingham (capo dei “servizi segreti” inglesi dell’epoca) nell’ambasciata francese a Londra per contrastare i cattolici inglesi, tradendo da un lato l’ambasciatore Michel de Castelnau che lo ospitò e non facendosi scrupoli dall’altro di utilizzare il saio domenicano (entrò in quell’ordine a 14-15 anni) per ottenere informazioni che potessero essere poi rivolte a danno dei cattolici in Inghilterra (ad es. denunciò un penitente che gli aveva confessato di aver voluto assassinare la regina).

Dopo la sua attività spionistica a Londra, tornerà a Parigi da Enrico III di Valois (che lo aveva sempre accolto e protetto), ma ne venne espulso nel 1586 a causa dell’ennesima discussione degenerata in una rissa. Si trasferì quindi a Marburgo in Germania ottenendo una cattedra universitaria che fu costretto ad abbandonare a causa di un litigio col rettore, spostandosi di conseguenza a Wittenberg (città dove Lutero affisse le sue 95 tesi) e abbracciando il luteranesimo in funzione anti-cattolica (vorrei ricordare che 4 anni prima nel suo libello “Spaccio “ il Bruno auspicò che i luterani venissero “sterminati ed eliminati dalla faccia della terra come locuste, zizzanie, serpenti velenosi”). Una volta lasciata questa città andò a Praga dall’imperatore Rodolfo II, il quale a causa della sua fascinazione nei confronti dell’esoterismo lo accolse, ma non appena verificato che le “abilità magiche” da lui tanto decantate non corrispondevano ad un dato di realtà, Bruno dovette abbandonare Praga dirigendosi alla volta di Helmstadt nel 1589, dove fu presto scomunicato dal pastore luterano locale. 

Viaggiò successivamente a Francoforte, Zurigo e Padova, per poi approdare a Venezia nel 1591, ospitato da una cerchia di nobili veneziani (tra cui spiccava Giovanni Mocenigo) desiderosi di conoscere i segreti dell’occulto e della magia, ma il Bruno non ardiva altro se non assoggettare Papa Gregorio XIV alla sua visione religiosa e politica tramite…la magia. Qui si concluderà la sua vicenda quando il Mocenigo lo farà arrestare dall’Inquisizione il 23 maggio 1592.

http://www.radiospada.org/2013/02/giordano-bruno-tanto-fumo-poco-arrosto/

giovedì 16 febbraio 2017

amo la Tradizione




Io amo la Tradizione, la amo profondamente e cerco di esserne un attento ascoltatore. Ho qualche remora su certi “tradizionalisti”. Purtroppo ci sono alcuni che vedono la Tradizione come culto del passato contro un presente e futuro che sono di per se malvagi. Ma questa è un’ermeneutica della Tradizione che la soffoca, non la porta avanti. La Tradizione per essere un tradere, una trasmissione, deve affacciarsi nel fluire del tempo. Se la togliamo dal tempo per relegarla solo al culto di un passato che non torna, la Tradizione avvizzisce, invece di portare avanti la fiamma, adoriamo le ceneri. 

La Tradizione è la vera innovazione, perché costruisce su ciò che è già saldo.
 

La Tradizione non è alle spalle, ma di fronte a noi.

Aurelio Porfiri

mercoledì 15 febbraio 2017

i particolari: calli-grafia

La grafica estetica nei libri liturgici

 

 
Parlare della grafica e dell'estetica nei libri liturgici è cosa ardua, in un mondo come il nostro che non ha alcun tempo per cose del genere, facilmente giudicate come "inutili". Se si ragiona in questo modo, è ovvio!, divengono in un attimo "inutili" pure secoli di arte...
 
Dal momento che sono convinto del contrario, amo indicare ai miei cortesi lettori che un bel libro non è solo questione di estetica ma coinvolge molte più cose, cuore compreso.

Propongo due esempi tratti dalla liturgia cattolico-latina preconciliare (quella successiva non m'interessa affatto, anche perché in più punti si allontana sensibilmente dalle comuni radici cristiane). Un esempio è stato preparato da me, dopo aver realizzato il font tipografico tratto direttamente dal libro, e uno è facilmente reperibile nel web (compilato con il comune font "Times").
 
Nel primo esempio la scelta tipografica ricalca esattamente l'originale, un Missale Romanum edito negli anni '40 del XX sec., libro particolarmente elegante. La chiarezza di lettura è elevatissima. Il carattere, pur non essendo grassetto, non da adito ad alcuna difficoltà d'interpretazione. Tale carattere, non esistendo affatto, mi ha obbligato alla sua realizzazione. Il font ha caratteristiche che lo rendono utilissimo per questo genere di lavori tra cui i segni grafici seguenti, introvabili nei fonts comuni (la "f" fusa con la "i" o con un'altra "f" è tipica dei testi umanistici a stampa):



Nel secondo esempio, redatto da un giovane tedesco, è stato preferito il carattere "Times". La pagina appare piatta, come "slavata". La lettura non ha la facilità del primo esempio.

Una grafica estetica non è facile da trovare se si va in Europa orientale, area che non ha conosciuto la sensibilità umanistica verso il libro tipica dell'Europa occidentale. Nei paesi ortodossi normalmente ci si accontenta di libri con grafica sommaria. Una certa eccezione è rappresentata, in questi ultimi anni, dai libri editi dal monastero di Simonos-Petra ma, è necessario sottolinearlo, uno dei suoi principali responsabili, padre Makarios, è di origini ... francesi!

Auguro a chiunque voglia intraprendere la strada editoriale per dei libri di liturgia, o per semplici dispense, di non scegliere le vie più comode, ma quelle più classiche anche se chiedono molto più lavoro. Un libro liturgico, per il suo contenuto, dev'essere obbligatoriamente bello, non cosa di poca fatica e conto perché, oltre a dire molto di più sullo stesso contenuto, dirà qualcosa anche su chi lo ha realizzato.
 
http://traditioliturgica.blogspot.it/2017/02/la-grafica-estetica-nei-libri-liturgici.html

martedì 14 febbraio 2017

san Valentino: sesso subito

La sessualità prematrimoniale: perché è un grave peccato, anche se nessuno lo dice più.
 

La concezione cristiana della sessualità
Prima di affrontare il discorso in merito alla sessualità prematrimoniale, è necessario spiegare cosa è la sessualità secondo il Cristianesimo. Per il Cristianesimo la sessualità è un valore, perché creata e quindi voluta da Dio. Per il Cristianesimo non è valore ciò che è conseguito dal peccato, ma ciò che Dio ha iscritto nella natura, in questo caso nella natura dell’uomo.
L’essere umano non è stato voluto da Dio come una sorta di angelo, cioè con una natura esclusivamente spirituale, bensì come unione di spirito e di corpo. Ora, la sessualità altro non è che la dimensione corporea della reciproca donazione di quell’uomo verso quella donna e di quella donna verso quell’uomo, che si sono uniti nel vincolo indissolubile del matrimonio-sacramento.

I rapporti prematrimoniale negano la donazione
Da ciò si capisce l’illegittimità della sessualità prematrimoniale (e ovviamente anche di quella extra-coniugale). Infatti, tale sessualità non può essere vissuta nella dimensione della donazione. La donazione, infatti, ha bisogno della definitività. Non è definitivo ciò che è ancora temporaneo e provvisorio. Nessuno può negare il fatto che il fidanzamento non sia definitivo … se è fidanzamento è proprio perché non c’è alcuna definitività.

Né ha senso fare un’obiezione di questo tipo: Ma chi ci dice che il matrimonio sarà definitivo? Obiezione che non regge: ci sarebbe contraddizione in ciò che afferma la Chiesa se essa ammettesse la solubilità del matrimonio, cosa che invece non è.

La castità prematrimoniale è la capacità di rimaner fedeli al proprio marito e alla propria moglie ancor prima di conoscerli. Chi si sente di negare quanto sia importante rimaner fedele al proprio marito e alla propria moglie, al proprio fidanzato e alla propria fidanzata? E allora perché negare quanto sia importante la fedeltà anche nella prospettiva del futuro? Perché ritenere che la fedeltà sia un valore solo nella contemporaneità –conoscendo il marito o la moglie- e non anche nella prospettiva del futuro, cioè quando ancora non si sa chi sarà il compagno di vita che la Provvidenza vorrà?
In merito alla questione dei rapporti prematrimoniali un’altra obiezione che solitamente vien fuori è questa: Ma perché privarsi del piacere della sessualità? Non è Dio stesso che l’ha inserita nella natura umana? La risposta non è difficile. Certamente Dio ha inscritto il piacere nella sessualità, così come ha iscritto il piacere in ogni bisogno importante della natura umana. Ha iscritto il piacere anche nel mangiare. Si immagini cosa accadrebbe se non provassimo piacere a mangiare. Faremmo questo ragionamento: Adesso devo muovere le mandibole … chi me lo fa fare. Mangerò stasera … e poi anche la sera posticiperemmo al giorno dopo e così via … e intanto moriremmo di inedia. E così anche per la sessualità: se non ci fosse la dimensione del piacere, l’umanità si sarebbe già estinta. Ma – e qui sta il punto - un conto è apprezzare la dimensione del piacere, altro è fare del piacere la componente e il criterio fondamentali. Per ritornare all’esempio del mangiare: se devo mangiare per alimentarmi, va bene apprezzare il piacere del mangiare; ma se in quel momento non è bene che mangi per non danneggiare l’organismo, non posso e non devo mangiare solo per soddisfare un piacere che poi si trasformerà in un danno per la mia salute.

I rapporti prematrimoniali negano la responsabilità
Ma oltre a tale motivo, i rapporti prematrimoniali sono illeciti anche perché sono sempre irresponsabili. Il ragionamento è molto facile: il metodo contraccettivo più sicuro è la pillola antifecondativa, la quale ha una percentuale di “successo” (rattrista utilizzare questa terminologia, ma lo facciamo per farci capire) non superiore al 90%. Il che significa che i metodi anticoncezionali occasionali (quelli che solitamente si usano tra i giovani) hanno una percentuale di “successo” ben al di sotto del 90%. Ciò vuol dire che la sessualità fuori del matrimonio è sempre comunque irresponsabile: si “gioca” con una terza vita che non solo ha il diritto di nascere qualora venisse concepita, ma che ha anche il diritto di trovare un nucleo familiare stabile, un papà e una mamma.

Dunque, la sessualità pre ed extra matrimoniale è, oltre ad un grave peccato (e già questo dovrebbe bastare per capire), un atto sempre e comunque irresponsabile.
Dio è Verità, Bontà e Bellezza
Il Cammino dei Tre Sentieri

lunedì 13 febbraio 2017

nessuno divorzia

Il segreto della città bosniaca in cui nessuno ha mai divorziato




Pensate a un mondo senza divorzio. Pensate a famiglie che non si separano, all’assenza di bambini feriti e di cuori lacerati.

Il matrimonio è la vocazione più impegnativa che esista e il divorzio sta aumentando ovunque, ma c’è una cittadina in Europa che rappresenta un’eccezione – una notevole eccezione – a questo dato inquietante.

A Siroki­Brijeg, in Bosnia­Erzegovina, non si sono mai registrati divorzi o famiglie separate tra gli oltre 26.000 abitanti!
Quale sarà il segreto di questo successo?

(Nota dell’autore: alcune fonti dicono che la popolazione di Siroki­Brijeg è di appena 13.000 persone, quasi al 100% cattoliche, ma a seguito di una ricerca più approfondita ritengo che il numero reale degli abitanti sia più del doppio di quanto indicato).

La risposta è la bella tradizione matrimoniale di Siroki­Brijeg. La tradizione croata del matrimonio sta iniziando ad arrivare nel resto dell’Europa e negli Stati Uniti, soprattutto tra i cattolici devoti che si sono accorti delle benedizioni che offre.

La popolazione di Siroki­Brijeg ha sofferto per secoli perché la sua fede cristiana è sempre stata minacciata, prima dai turchi musulmani, poi dai comunisti. Gli abitanti hanno imparato a proprie spese che la fonte della salvezza arriva attraverso la croce di Cristo, non gli aiuti umanitari, i trattati di pace o quelli sul disarmo, anche se questi possono apportare qualche beneficio.

Queste persone possiedono una saggezza che non permette loro di essere ingannate in questioni di vita o di morte, ed è per questo che hanno collegato indissolubilmente il matrimonio alla croce di Cristo, basando il matrimonio, che genera la vita umana, sulla croce, che genera la vita divina.

Quando i fidanzati vanno in chiesa per sposarsi, portano con sé un crocifisso. Il sacerdote lo benedice, e invece di dire che i fidanzati hanno trovato il partner ideale con cui condivideranno la vita dice: “Avete trovato la sua croce! È una croce da amare, da prendere su di voi. Una croce che non è da scartare, ma da custodire nel cuore”.

Quando la coppia pronuncia i voti matrimoniali, la sposa mette la mano destra sul crocifisso, e lo sposo la mano destra sopra quella di lei. Sono uniti tra sé e uniti alla croce. Il sacerdote copre le mani degli sposi con la stola, mentre loro promettono di amarsi a vicenda nella gioia e nel dolore, proclamando fedelmente i propri voti in base ai riti della Chiesa.

Poi i due baciano la croce. Se uno abbandona l’altro, abbandona Cristo sulla croce. Perde Gesù! Dopo la cerimonia, i neosposi attraversano la porta di casa per collocare il crocifisso in un posto d’onore. Diventa il punto di riferimento della loro vita, e il luogo di preghiera della famiglia. La giovane coppia crede fermamente che la famiglia nasca dalla croce.

Nei momenti di difficoltà e incomprensione, che sorgono in tutti i rapporti umani, non si ricorre non all’avvocato, al terapeuta o all’astrologo, ma alla croce. Gli sposi si inginocchiano, piangono lacrime di pentimento e aprono il proprio cuore, chiedendo la forza di perdonarsi a vicenda e implorando l’aiuto del Signore. Queste pratiche pie sono state imparate fin dall’infanzia.
Ai bambini viene infatti insegnato a baciare con reverenza il crocifisso tutti i giorni e a ringraziare il Signore per la giornata trascorsa prima di andare a letto. I bambini vanno a dormire sapendo che Gesù li tiene tra le braccia e che non c’è nulla da temere. Le loro paure e le loro differenze scompaiono quando baciano Gesù sulla croce.

La famiglia rimane indissolubilmente unita alla croce di Cristo. Si tratta forse di una saggezza che pochi nel nostro mondo moderno riescono a comprendere?
Il Catechismo insegna che l’amore dev’essere permanente, altrimenti non è amore vero. Non è un sentimento che va e viene, ma un potere di donazione che sopravvive anche alla fine del sentimento. 

Nel matrimonio non possiamo dipendere dalle nostre forze umane. Se pensiamo di potere non falliremo. La tentazione invade qualsiasi matrimonio in un modo o nell’altro. Nel giorno del nostro matrimonio è difficile immaginare una situazione in cui tutto non sia perfetto. I giovani cuori sanno a malapena che si stanno imbarcando in un’avventura che raggiungerà le vette più elevate e le valli più profonde, ed è proprio nei momenti trascorsi in queste valli che servirà da parte della coppia uno sforzo eroico per rimanere in carreggiata. A volte sarà anche necessario che uno degli sposi abbia la disciplina mentale necessaria per riportare l’altro nel matrimonio.

Chi sta attraversando o ha già attraversato questa situazione riconosce la necessità della grazia per perseverare nella tempesta o nel silenzio. Ci saranno giorni in cui tutto sembrerà perduto, ma allora un momento di vera grazia può rinnovare l’amore e la vitalità nel rapporto, rinnovando anche il vincolo sacramentale. Ed è in questi momenti di seria difficoltà che gli sposi possono mettere in pratica il vero senso di quelle parole, apparentemente profetiche, che ora vengono aggiunte ad alcune cerimonie di matrimonio: “Puoi baciare la croce”.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

domenica 12 febbraio 2017

si cambia la Messa??

Falsa e vera riforma liturgica

 

 

Il presente tema è stato trattato moltissime volte, soprattutto nei siti cattolici ma non sempre in modo adeguato. Com'è noto, da alcuni decenni il mondo cattolico è passato attraverso la più radicale riforma dei testi e della prassi liturgica della sua intera storia. Con tale riforma (1) il clero cattolico si è convinto che ben poco della liturgia può rimanere immutato e che, a seconda dei contesti culturali e dei tempi, molte cose possono essere ridiscusse. In realtà essi credono che nulla è ormai “sacro” nel senso di intangibile.

Solo l'inerzia delle ultime generazioni ha proibito che il processo di riforma avviato subito dopo il Concilio Vaticano II si fosse radicalizzato. Ma da oggi in poi sarà così?

A mio avviso quello che da alcuni secoli è sempre più mancato al mondo cattolico è una visione profondamente spirituale della preghiera liturgica. Di conseguenza, il significato dei simboli liturgici, come ancor oggi si conservano nell'Oriente cristiano, è divenuto sempre più sfuggente. Non a caso un teologo ortodosso contemporaneo ha scritto in una delle sue recenti pubblicazioni: “... il Cattolicesimo romano, in seguito al Vaticano II, si è liberato di un gran numero di simboli; nelle cerimonie protestanti, in cui il Cristianesimo ha raggiunto il più basso grado della secolarizzazione, il simbolismo è divenuto praticamente inesistente” (2).

Come una frana non avviene da un momento ad un altro ma è preparata da una serie di smottamenti del terreno, magari anche di lieve entità, così il crollo della liturgia in Occidente, ridotta ad una riunione sempre più autocelebrativa, è stata preparata da un crescente oblio della dimensione trascendente nel culto e, quindi, del valore della simbolica.

Le chiese antiche attorno a noi sono quasi l'unico legame, l'unica muta testimonianza con un mondo passato che i contemporanei non capiscono più.

La prima vittima di quest'incomprensione del passato è stata il clero. In tal modo, invece di sottolineare il valore della liturgia tradizionale e la sua efficacia spirituale, la sua comunicazione con il mondo trascendente, le autorità ecclesiastiche hanno preferito abbassare questa al livello religioso sempre più insoddisfacente dell'uomo contemporaneo.

“Chi può capire il significato di questi simboli?”, si sono chiesti i riformatori liturgici nel Cattolicesimo, abolendone parecchi con serena coscienza. Essi credono davvero che i simboli, essendo in buona parte incomprensibili, siano stati disposti in modo più o meno casuale o capriccioso per un impeto di pietismo.
C'è da dire che il simbolismo per sua natura sfugge, di fatto, ad una visione razionalistica della fede, quella stessa visione che è prevalsa nella riforma liturgica cattolica. Non è un caso che la riforma luterana se ne sia totalmente sbarazzata. Il simbolismo è legato con il mondo spirituale e con chi vi è profondamente implicato. Solo un uomo di grande profondità spirituale può, dunque, comprendere come e in che misura, dietro ad un oggetto, una frase, una gestualità più volte ripetuta, si cela la realtà celeste. Di conseguenza, solo un tal uomo è in grado di ritoccare la liturgia. La Chiesa nel suo insieme di sacerdoti e fedeli, è chiamata a riconoscere se tali ritocchi rispondono o meno all'essenzialità, se alterano o confermano il vero spirito della liturgia. Accoglierà o rigetterà, così, le riforme proposte. Ma, anche qui, l'insieme della Chiesa non deve muoversi con spirito secolaristico ma con un profondo spirito di pietà e con un forte senso del soprannaturale!

Quando da una certa epoca in poi nell'Oriente bizantino è stata abbandonata la celebrazione domenicale della Liturgia di san Basilio in favore di quella crisostomiana, è avvenuta una specie di “riforma” liturgica. Ma tale “riforma” non solo non condannava la liturgia basiliana – oramai lasciata solo a particolari feste e alle domeniche quaresimali – ma era in perfetta continuità con il suo passato: le preghiere della “nuova” liturgia avevano lo stesso spirito di adorazione e di timore verso Dio; le disposizioni esterne di fatto non cambiavano, pur essendo aperte a continui ritocchi riguardanti la preparazione del pane e del vino eucaristici, ritocchi che si fisseranno definitivamente solo verso il XIV sec.
In questo modo si salvava l'essenzialità, la continuità, e la si sposava con le necessità di nuovi tempi.

È avvenuto così in Occidente, con la riforma liturgica dopo il concilio Vaticano II? Credo che all'inizio si pensava di fare altrettanto ma poi, pian piano, la materia è scappata di mano a chi avrebbe dovuto tenerla vigorosamente e si è imposta di fatto una rottura con il passato, perché è di rottura in senso proprio che si deve parlare!

Tale rottura è stata consacrata con le attuali generazioni di chierici e laici che sentono inevitabilmente il proprio passato liturgico come qualcosa di totalmente estraneo. Le frange tradizionaliste sono impotenti ad invertire la rotta, quand'anche non vengano assorbite dalla tendenza maggioritaria, e non sono che un'eccezione ad una regola vigente ben diversa. 
Joseph Ratzinger ha cercato, come ha potuto e con i suoi limiti, di far rientrare negli argini il Cattolicesimo che, come un fiume esondato, si era disperso. I suoi timidi tentativi di ritorno alla tradizione liturgica hanno avuto per risposta una resistenza pervicace, se non proprio un profondo odio clericale. Le sue conseguenti dimissioni da papa hanno assunto un significato drammatico, come fossero un punto di non ritorno. 

Il bisogno di adattare la Liturgia è cosa comune, sia in Oriente sia in Occidente, ma il modo in cui lo si fa differenzia sempre più profondamente queste due realtà contribuendo a distanziarle proprio nel campo più importante del Cristianesimo: il culto a Dio.

A mio avviso non si tratta di questioni esteriori o puramente culturali ma di un orientamento interiore che se, in Oriente, cerca di mantenersi in sintonia con quello antico nonostante molte difficoltà, in Occidente se n'è discostato senza provare alcun senso di colpa o nostalgia. È successo come chi, nato al buio, pensa che la luce sia qualcosa di eccessivo e sbagliato, nonostante il proprio corpo gli possa ancora suggerire il contrario.

Scrivo tutto ciò anche perché sono sempre più forti le voci che l'attuale pontificato romano voglia ulteriormente modificare la Liturgia cattolica. In mancanza di uomini realmente spirituali e facendo affidamento ad un orientamento puramente razionalistico, non si può che giungere ad un disastro su larga scala, alla perdita di quel poco che oramai rimane.

Le antiche chiese occidentali contempleranno sempre più, mute e attonite, le strane cose che dovranno ospitare. Furono progettate e costruite per atmosfere ben diverse da quelle che stanno imponendosi. Altre mani ne forgiarono le bellezze artistiche, mani ispirate che paiono oramai estinte per sempre. 
Forse in Occidente sta avvenendo l'eutanasia del Cristianesimo?



1) Il termine "riforma" è molto discutibile anche se si è imposto in Occidente. La Chiesa, con la Pentecoste, ha avuto tutti i mezzi per governarsi e attraversare la storia. Più che di "riforma" si dovrebbe dunque parlare di "risveglio" della Chiesa stessa nei suoi uomini chiamati a seguire le orme del divino fondatore.

2) Jean Claude Larchet, La vie liturgique, Le Cerf, Paris 2016, p. 181n.


http://traditioliturgica.blogspot.it/2017/02/falsa-e-vera-riforma-liturgica.html