lunedì 5 dicembre 2016

andiamo tutti a Portland

V Pellegrinaggio Internazionale Summorum Pontificum. L'omelia di Mons. Sample

"Moralmente e spiritualmente, siamo tutti della diocesi di Portland"
(don Claude Barthe nel messaggio di conclusione di sumpont2016)
 
 


Sia lodato Gesù Cristo!

Mentre giungiamo al termine di questo splendido pellegrinaggio, durante il quale abbiamo celebrato il motu proprio di Benedetto XVI che ha condotto ad una maggiore disponibilità della celebrazione della Santa Messa nell’usus antiquior, lo facciamo anche oggi nella grande Festa di Cristo Re. Siamo tutti molto grati a Papa Benedetto per la sua amorevole cura nei confronti di chi ama questa antica forma del Rito Romano e preghiamo affinché la sua diffusione abbia un effetto profondo e duraturo sul culto divino celebrato in entrambe le forme.
Celebrando la Festa di Cristo Re, la Santa Madre Chiesa ci ricorda la centralità del mistero di Cristo nelle nostre vite quanto nel nostro culto. Esaltiamo il Nostro Divino Salvatore come il centro di tutta la storia umana e come Colui che ci rivela il vero significato e lo scopo delle nostre vite. È proprio questo il mistero che celebriamo nel Santo Sacrificio della Messa. Rileggiamo ciò che San Paolo ci insegna sulla pienezza di tutto quello che Dio vuole rivelarci nel Suo Figlio Gesù Cristo Nostro Signore e Re.
Gesù Cristo è l’immagine di Dio invisibile. Nel mistero dell’Incarnazione, Iddio Si è pienamente rivelato a noi nel Verbo Incarnato, Suo Figlio Unigenito. Cristo è la manifestazione visibile della misericordia divina nei confronti di noi poveri peccatori. È appropriato ricordarlo in occasione di quest’Anno Giubilare della Misericordia. In Cristo vediamo la misericordia incarnata. Egli è presente in ogni Messa, specialmente nell’offerta del Santo Sacrificio e nella Sua presenza Eucaristica in Corpo, Sangue, Anima e Divinità.
Gesù è il primogenito di ogni creatura, presente alla creazione dell’intero universo. Con una splendida trilogia di espressioni San Paolo ci ricorda che tutte le cose sono state create nel Verbo Incarnato, che Egli è precedente a tutte le creature nella Sua eternità e che tutte le cose sono tenute insieme in Lui. Cristo è al centro della volontà creativa di Dio Padre.
Cristo è il Capo del Corpo, che è la Chiesa. La Chiesa è il Corpo mistico di Cristo, la Sua duratura presenza nel mondo creato. Attraverso la Chiesa Cristo continua la Sua presenza redentiva nel mondo. Siamo tutti membri individuali di quel Corpo, come ancora ci ricorda San Paolo; e Cristo Re è il Capo del Suo Corpo mistico, sempre presente tra noi nella Sua Parola, nei sacramenti e nell’assemblea dei fedeli. Cristo non potrà mai essere separato dalla Sua Chiesa anche se alcuni ci proveranno. Noi non possiamo avere Cristo senza la Chiesa, poiché Egli è eternamente ed intimamente unito ad Essa. Noi, come Corpo mistico di Cristo, siamo inseparabilmente uniti al nostro Capo, Cristo Signore. Come tale la Chiesa è il Sacramento universale della salvezza del mondo.
Cristo è il primo anche tra i morti. Ci ha preceduti e tramite la Sua Morte e Resurrezione ha reso possibile la nostra stessa resurrezione dai morti. Dov’è andato Lui noi speriamo un giorno di seguirLo. La Sua Morte è il nostro riscatto dalla morte, la Sua Resurrezione la nostra ascesa a vita nuova.
È il primo e tutta la pienezza abita in lui. Nella Sua Divinità unita per sempre all’umana natura formata nel grembo della Sua Vergine Madre nulla manca. Gesù è la pienezza di ciò che ogni cuore umano desidera. Quello che di buono cerchiamo in questa vita è solo un pallido e sbiadito riflesso della pienezza di bellezza, bontà, gioia e perfezione che risiede in Cristo. Ogni ricerca virtuosa dell’uomo è in fine ricerca di Cristo.
Questo è il Cristo che onoriamo come Re Universale. Ma Nostro Signore ci ricorda che il Suo Regno non è di questo mondo. I discepoli non lo compresero pienamente se non dopo la Resurrezione e la discesa dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste. Noi non dobbiamo mai scordarlo. Non viviamo per la completezza e la realizzazione in questo mondo, ma ci sforziamo di renderlo sempre migliore e simile al Regno di Dio. Siamo solo pellegrini di passaggio in questa vita terrena sulla strada verso il Regno di Dio, il Regno dei Cieli. Tutta la nostra vita è preparazione alla pienezza del Regno di Dio.
Questo Regno, ora imperfettamente presente nella Sua Chiesa, è anche Regno di Verità. È Nostro Signore a dirci che il motivo per il quale Egli è nato ed è entrato in questo mondo è la testimonianza della Verità. Tutti coloro che vi appartengono ascoltano e rispondo a questa voce. Questa Verità rivelata da Cristo è la Verità su Dio, su noi stessi creati a Sua immagine e somiglianza e sulla salvezza eterna vinta per noi con la Passione, Morte e Resurrezione di Cristo. Questa è la vita eterna che riconosciamo e viviamo nella Verità.
Il mondo in cui viviamo sembra divenire ogni giorno più secolarizzato e materialista. Non riconosce più una verità che sia eterna e che coinvolga tutti. Papa Benedetto ha coniato la celebre espressione “dittatura del relativismo”: vivere senza l’eterna Verità di Dio è vivere senza Cristo, nell’oscurità, nell’ignoranza, nel dubbio e nella paura. Cristo è venuto a rendere testimonianza alla Verità e a liberarci dalle tenebre del peccato e della morte e illuminarci con la Buona Novella della Sua misericordia e del Suo amore. Le prima parole del Suo ministero pubblico sono “Il Regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al Vangelo!”
Siamo trasferiti in questo Regno del Diletto Figlio di Dio partecipando alla redenzione che Egli ha vinto per noi attraverso il Suo Sangue, facendoci ricevere la remissione dei peccati. Come San Paolo ci dice, Cristo ha riconciliato tutte le cose in Sé attraverso il Sangue della Sua Croce. Noi per primi riceviamo la grazia di questa redenzione nel giorno del nostro battesimo, lavati dal peccato originale e santificati dalla grazia di Dio.
Questo mistero della nostra redenzione è anche rinnovato ogni volta che partecipiamo all’offerta del Santo Sacrificio della Messa. Cristo, che ha offerto Sé stesso come Sacerdote e Vittima sull’altare della Croce, si offre ora in modo sacramentale e incruento attraverso il ministero del sacerdote sugli altari delle nostre chiese tutte le volte che viene celebrata la Santa Messa.
Cristo Re governa trionfante sulla morte anche quando pende sulla Croce per la nostra salvezza. Il Suo mistero pasquale, resoci presente nel Sacrificio Eucaristico del Suo Corpo e Sangue, è la fonte della nostra continua santificazione mentre rendiamo Gloria a Dio nel nostro culto.
Questa realtà è poderosamente resa presente in ogni Messa, sia nella forma Ordinaria che in quella Straordinaria del Rito Romano. Ma la Messa tradizionale palesa in modo particolarmente chiaro ed eloquente questa realtà con segni, simboli e parole.
Le preghiere della Forma Straordinaria, i gesti rituali e in modo particolare l’orientamento liturgico del sacerdote all’altare fanno risaltare la natura sacrificale della Messa. Questo è senza dubbio il culto che sacerdote e fedeli offrono a Dio Onnipotente per la Sua Gloria e per la santificazione delle loro anime.
Papa Benedetto ha riconosciuto che la Forma Ordinaria del Rito Romano, almeno come viene celebrata in molti luoghi, ha perso parte della chiarezza e dello splendore. Ha insegnato che non potrà mai esserci una rottura con la Tradizione, ma che l’autentica riforma liturgica deve essere realizzata in chiara continuità con le precedenti tradizioni e forme della Sacra Liturgia. Questo è il motivo per cui ha emanato il motu proprio Summorum Pontificum, precisamente per riconciliare la Chiesa col suo passato.
La speranza di Papa Benedetto era che le due forme del Rito Romano possano e debbano arricchirsi mutualmente così che sia nuovamente possibile un rinnovamento autentico della celebrazione della Santa Messa, denominato riforma della riforma della Sacra Liturgia.
Lo scopo di tale riforma non può essere che di rendere maggiormente visibile la sovranità di Cristo Re mentre Egli Si offre per la nostra salvezza in un mistero che si perpetua in ogni Messa. Possa la Messa Antica fiorire nella Chiesa così che molti possano beneficiare di questa forma del Rito Romano per la maggior Gloria di Cristo Re Nostro Signore. A Lui ogni gloria, lode e onore nei secoli dei secoli! Amen!

Omelia di S.E.R. Mons. Alexander K. Sample, Arcivescovo di Portland, per la Festa di Cristo Re, in occasione del V Pellegrinaggio Populus Summorum Pontificum.

Roma, 30 ottobre 2016, Chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini

domenica 4 dicembre 2016

MISERICORDIA IN-UTILE

Non date le cose sante ai cani



Il Sultano d'Egitto sottopose a Francesco D'Assisi un'altra questione: "II vostro Signore insegna nei Vangeli che voi non dovete rendere male per male, e non dovete rifiutare neppure il mantello a chi vuol togliervi la tonaca,dunque voi cristiani non dovreste imbracciare armi e combattere i vostri nemici".

Rispose San Francesco: "Mi sembra che voi non abbiate letto tutto il Vangelo. Il perdono di
cui Cristo parla non è un perdono folle, cieco, incondizionato, ma un perdono meritato. Gesù infatti ha detto: "Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle ai porci, perché non le calpestino e, rivoltandosi, vi sbranino". Infatti il Signore ha voluto dirci che la misericordia va dispensata a tutti, anche a chi non la merita, ma che almeno sia capace di comprenderla e farne frutto, e non a chi è disposto ad errare con la stessa tenacia e convinzione di prima. 


Altrove, oltretutto, è detto: "Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano da te”. E, con questo, Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell'occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall'amore del nostro Dio. 

Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo massima giustizia quando vi combattono, perché voi avete invaso delle terre cristiane e conquistato Gerusalemme, progettate di invadere l’Europa intera, oltraggiate il Santo Sepolcro, distruggete chiese, uccidete tutti i cristiani che vi capitano tra le mani, bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti uomini potete. Se invece voi voleste conoscere, confessare, adorare, o magari solo rispettare il Creatore e Redentore del mondo e lasciare in pace i cristiani, allora essi vi amerebbero come se stessi". 

(Numero 2691 delle Fonti Francescane)

sabato 3 dicembre 2016

in avvento: come il cervo


SUL SALMO 41


ESPOSIZIONE

Discorso al popolo
L'unità di tutti i cristiani nel Corpo Mistico.
1. [v 2.] Ordinariamente l'anima nostra desidera godere con voi nella parola di Dio e salutarvi in lui, che è il nostro aiuto e la nostra salvezza. Ciò dunque che il Signore dona, ascoltatelo per mezzo nostro, e in lui esultate con noi nelle sue parole, e nella sua carità e verità. Parleremo di un salmo, ben confacente al vostro anelito. Questo salmo inizia con un santo desiderio, e colui che canta dice: Come il cervo anela alle fonti dell'acqua, così l'anima mia anela a te, Dio. Chi dice queste cose? Se lo vogliamo, siamo noi. E che cosa cerchi al di fuori di quello che sei, quando è in tuo potere essere ciò che cerchi? Tuttavia non è un uomo solo che parla, ma un solo corpo: il Corpo di Cristo che è la Chiesa. Non in tutti coloro che entrano nella Chiesa si trova tale desiderio; tuttavia coloro che hanno gustato la dolcezza del Signore e avvertono nel cantico un sapore particolare non pensino di essere soli; siano convinti che tali semi sono sparsi nel campo del Signore, cioè in tutto il mondo, e che questa voce è la voce dell'unità cristiana: Come il cervo anela alle fonti dell'acqua così anela l'anima mia a te, Dio. È esatto pensare che si tratta della voce dei catecumeni, che si affrettano alla grazia del santo lavacro. Perciò si canta solennemente questo salmo, affinché essi desiderino la fonte della remissione dei peccati, come il cervo anela alle fonti dell'acqua. Che sia così e che questo sentimento occupi veramente nella Chiesa un posto preminente! Purtuttavia, fratelli, mi sembra che anche nel battesimo dei fedeli tale desiderio non sia ancora saziato; ma forse, se sanno dove è rivolto il loro pellegrinare e verso quale meta s'incamminano, più ardentemente si infiammeranno.
Dio sorgente inesauribile di vita e luce perpetua.
2. [v 1.] Il titolo del salmo è il seguente: Per la fine, salmo per l'intelligenza dei figli di Core. Troviamo i figli di Core anche in altri titoli di salmi, e ci ricordiamo di averne già trattato e di aver detto che cosa significhi questo nome; tuttavia siccome ora dobbiamo spiegare anche questo titolo, il fatto di averne già parlato non ci vieta di parlarne di nuovo; non ovunque infatti ne abbiamo parlato, e non tutti erano presenti. Core fu un uomo, e come tale avrà avuto certamente dei figli che erano chiamati figli di Core; noi tuttavia scrutiamo l'arcano del sacramento, affinché il nome partorisca questo mistero del quale è pregno. È una cosa molto misteriosa che i cristiani siano chiamati figli di Core. Perché figli di Core? Figli dello sposo, figli di Cristo. I cristiani infatti sono detti figli dello sposo. Perché, dunque, Core è Cristo? Perché Core significa Calvario. Andiamo ancora più lontano. Cercavo perché Core è Cristo: più attentamente debbo cercare perché Cristo sembra aver relazione con il Calvario. Ma forse non abbiamo trovato che è stato crocifisso appunto sul luogo del Calvario? Certamente. Dunque i figli dello sposo, i figli della sua Passione, i figli redenti dal sangue suo, i figli della sua croce, che portano in fronte il segno che i nemici posero nel luogo del Calvario, si chiamano figli di Core; per costoro si canta questo salmo, perché comprendano. Sforziamo la nostra intelligenza in modo da comprendere ciò che viene cantato per noi. E che cosa comprenderemo? In che senso questo salmo si canta? Oso dire: le perfezioni invisibili di Lui appariscono chiare fin dalla creazione del mondo dalle opere sue. Orsù, fratelli, fate vostra la mia avidità, partecipate con me a questo desiderio; amiamo insieme, insieme bruciamo per questa sete, insieme corriamo alla fonte di ogni conoscenza. Aneliamo perciò come il cervo alla fonte, non a quella fonte cui anelano per la remissione dei peccati coloro che debbono essere battezzati, ma, come già battezzati, aneliamo a quella fonte della quale la Scrittura altrove dice: Perché presso di te è la fonte della vita. Egli stesso è la fonte e la luce; perché nella tua luce vedremo la luce. Se è fonte, è anche luce, e giustamente è anche intelligenza che sazia l'anima avida di sapere; e chiunque capisce è illuminato da una certa luce non corporale, non carnale, non esteriore, ma interiore. C'è dunque, fratelli, una certa luce interiore che non hanno coloro che non capiscono. Per questo l'Apostolo dice supplicando a coloro che anelano a questa fonte di vita e da essa qualcosa prendono: Non camminate più come camminano anche i Gentili nella vanità della loro mente, oscurati nell'intelligenza, estraniati dalla vita di Dio a causa dell'ignoranza che è in loro, a cagione della cecità dei loro cuori.Orbene se essi sono ottenebrati nell'intelligenza, cioè sono ottenebrati perché non capiscono, ne consegue che coloro che capiscono sono illuminati. Tu, corri alla fonte, desidera le fonti delle acque. Presso Dio c’è la fonte della vita, una fonte inesauribile, nella luce di lui c’è una luce che non si oscurerà mai. Desidera questa luce, questa fonte; una luce che i tuoi occhi non hanno mai conosciuto; vedendo questa luce l’occhio interiore si aguzza, bevendo a questa fonte la sete interiore diventa più ardente. Corri alla fonte, anela alla fonte; ma non correre a casaccio, non correre come corre un qualsiasi animale; corri come un cervo. Che significa "corri come il cervo"? Non essere lento nel correre, corri veloce, anela con prontezza alla fonte. Sappiamo infatti che il cervo è velocissimo.
L'ostacolo alla verità.
3. [v 2.] Ma la Scrittura non ha voluto che considerassimo solo questo nel cervo, ha voluto indicarci anche altro. Ascolta che cosa c'è d'altro nel cervo. Esso uccide i serpenti, e dopo la morte dei serpenti arde di una sete ancora più forte; uccisi i serpenti corre ancora più velocemente alla fonte. I serpenti sono i tuoi vizi; distruggi i serpenti dell'ingiustizia, e allora ancora di più desidererai la fonte della verità. Forse in te l'avarizia sibila qualcosa di tenebroso, e sibila contro la parola di Dio, sibila contro il comandamento di Dio; e poiché ti è detto: disprezza le cose terrene, non compiere l'ingiustizia; se tu preferisci compiere ingiustizia anziché disprezzare qualche bene temporale, preferisci essere morso dal serpente piuttosto che uccidere il serpente. Se dunque ancora tu favorisci il tuo vizio, cedi al tuo desiderio, alla tua avarizia, al tuo serpente, quando troverò in te il desiderio che ti spinge alla fonte delle acque? Quand'è che desideri la fonte della sapienza se ancora ti affatichi nel veleno della malvagità? Uccidi in te tutto quanto è contrario alla verità; e quando ti renderai conto di essere privo di desideri perversi, non restare fermo, quasi tu non avessi altro da desiderare. C'è infatti qualcosa verso cui devi sollevarti; sempre che in te non vi sia cosa alcuna che vi si opponga. Tu forse mi dirai, se sei cervo: Dio sa che io non sono più avaro, che io non desidero più le cose degli altri, che non ardo più nel desiderio dell'adulterio, che non mi consumo nell'odio, nell'invidia e in altre colpe di questo genere; dirai: non ho tutto questo, e cercherai di che rallegrarti. Ebbene desidera ciò che ti può dar gioia; anela alle fonti delle acque; Dio ha di che ristorarti, e ricolma chi viene a lui assetato dopo aver ucciso i serpenti, come il cervo veloce.
Il simbolismo del nome cervo.
4. C'è qualcos'altro da notare nel cervo. Dicono che i cervi (e da qualcuno sono anche stati visti, infatti non si potrebbero scrivere tali cose se prima qualcuno non le avesse viste), quando camminano nella loro mandria, oppure quando nuotando si dirigono verso altre regioni, appoggiano la testa gli uni sugli altri, di modo ché uno precede, e lo segue un altro che appoggia il capo su di lui, e il terzo lo appoggia sul secondo e così via fino alla fine del branco. Il primo che porta il peso del capo di quello che lo segue, quando è stanco va in coda, in modo che il secondo diventa il primo e lui appoggiando la testa sull'ultimo possa riposarsi dalla sua stanchezza; in questo modo, portando alternativamente il peso, portano a termine il viaggio senza allontanarsi gli uni dagli altri. Non parla forse di cervi di questo genere l'Apostolo, quando dice: portate gli uni i pesi degli altri, e così adempirete la legge di Cristo?
5. [v 3.] Tale cervo dunque, stabilito nella fede ma che ancora non vede ciò che crede, e desidera comprendere ciò che ama, soffre anche di contrasti provocati da coloro che non sono cervi, che hanno l'intelligenza oscurata, che vivono nelle tenebre interiori accecati dalla cupidigia dei vizi; e per di più insultano e dicono all'uomo che crede e che non manifesta ciò che crede: dove è il Dio tuo? Ascoltiamo come reagisce questo cervo di fronte a tali parole, per farlo anche noi, se possiamo. Prima di tutto ha manifestato la sua sete dicendo: Come il cervo anela alle fonti delle acque, così anela l'anima mia a te, Dio. E che diremo se il cervo anela alle fonti delle acque per lavarsi? Se motivo del suo desiderio è bere o lavarsi noi non sappiamo. Ascolta quanto segue e non cercare più oltre: L'anima mia ha sete del Dio vivente. Quando dico: come il cervo anela alle fonti delle acque così anela l'anima mia a te, Dio, questo dico: l'anima mia ha sete del Dio vivente. Di che ha sete? Quando verrò e comparirò alla presenza di Dio? È di questo che ho sete: di venire e di apparire. Ho sete nel cammino, ho sete nella corsa; sarò saziato quando arriverò. Ma quando arriverò? E ciò che è rapido per Dio, è lento per il desiderio. Quando verrò e comparirò alla presenza di Dio? Da quel desiderio deriva anche ciò che altrove grida: Una cosa sola ho chiesto al Signore, e questa desidero, di abitare nella casa del Signore per tutti i giorni della mia vita. Perché? Per contemplare, aggiunge, la felicità del Signore. Quando verrò e apparirò dinanzi alla faccia del Signore?
Le lacrime dei buoni esprimono il desiderio di Dio. 7 L'universo è una rivelazione di Dio.
6. [v 4.] Frattanto, mentre medito, mentre corro, mentre sono in cammino, prima di venire, prima di apparire alla tua presenza le lacrime furono per me pane di giorno e di notte, mentre ad ogni istante mi si ripete: dov'è il Dio tuo? Dice: le lacrime furono per me non amarezza, ma pane. Queste stesse lacrime erano dolci per me; assetato di quella fonte, poiché bere non potevo ancora, avidamente mi nutrivo delle mie lacrime. Non ha detto infatti: le mie lacrime sono diventate per me bevanda, affinché non sembri desiderare tali lacrime come desidera le fonti delle acque; ma, perdurando quella sete nella quale brucio, dalla quale sono attratto alle fonti delle acque, le lacrime mie sono diventate per me pane, mentre la soddisfazione della sete è rimandata. E certamente, nutrendosi delle sue lacrime, non v'è dubbio che aumenta la sua sete per la fonte. Di giorno e di notte dunque le mie lacrime sono diventate il mio pane. Questo cibo che è chiamato pane, è mangiato di giorno dagli uomini i quali di notte dormono; ma il pane delle lacrime si mangia di giorno e di notte. Sia che tu intenda per giorno e notte la totalità del tempo, sia che intenda per giorno la prosperità di questo secolo e per la notte le avversità, sia, ripeto, nelle prosperità, sia nelle avversità, io verso le lacrime del mio desiderio, io non trascuro l'avidità del mio desiderio; e ciò che nel mondo è bene, per me è male, prima di apparire dinanzi alla faccia di Dio. Perché mi costringi quasi a render grazie del giorno, se mi ha arriso qualche prosperità di questo secolo? Non è forse ingannatrice? Non è forse effimera, caduca, mortale? Non è forse temporale, fuggente, transitoria? Non ha forse più d'inganno che non di piacere? Come possono dunque non diventare il mio pane le lacrime anche nel giorno? Anche se la felicità del secolo ci circonda, finché siamo nel corpo, siamo esuli dal Signore e mi si dice ogni giorno: dov'è il tuo Dio? E se il pagano mi rivolge questa domanda, non posso anch'io dirgli: dov'è il tuo Dio? Egli infatti mi mostra con il dito il suo Dio. Tende il dito verso una qualche pietra, e dice: Ecco il Dio mio. Dov'è il Dio tuo? E se avrò deriso la pietra e colui che me l'ha indicata ne avrà provato vergogna, ecco che leva l'occhio dalla pietra, guarda il cielo e forse, mostrando con il dito il sole, di nuovo mi dice: ecco il Dio mio. Dov'è il Dio tuo? Egli trova qualche cosa da mostrare agli occhi della carne; io invece è come se non avessi di che mostrargli, ma è lui che non ha occhi ai quali io possa mostrare il mio Dio. Egli può mostrare agli occhi del mio corpo il Dio suo, il sole, ma a quali occhi io mostrerò il Creatore del sole?
7. Purtuttavia udendo quotidianamente dire: dov'è il tuo Dio, e nutrendomi delle mie quotidiane lacrime, di giorno e di notte ho meditato. Poiché ho udito le parole: Dov'è il Dio tuo?, ho cercato anch'io il mio Dio, per potere, non solo credergli, ma anche un po' vederlo. Vedo infatti ciò che ha fatto il mio Dio, ma non vedo il mio Dio che ha fatto tutte queste cose. Ma poiché come il cervo anelo alle fonti delle acque ed è presso di lui la fonte della vita e per la nostra comprensione è stato scritto il salmo per i figli di Core e gli attributi invisibili di Dio si intravedono con l'intelligenza attraverso le cose create, che cosa farò, per trovare il mio Dio? Considererò la terra: la terra è stata creata. La terra è di una bellezza straordinaria; ma ha il suo artefice. Meravigliosi prodigi sono quelli del seme e delle piante che nascono, ma sono cose che hanno il loro creatore. Contemplo la grandezza del mare che mi sta intorno, mi stupisco, ammiro; cerco l'autore. Levo gli occhi al cielo e alla bellezza delle stelle; ammiro lo splendore del sole capace di illuminare il giorno, e la luna che dirada le tenebre notturne. Sono meravigliose queste cose, degne di lode, anzi degne di stupore; e neppure sono terrene, già celesti esse sono. Ma non sta qui la mia sete; tutto questo ammiro, tutto questo lodo, ma ho sete di colui che ne è l'autore. Ritorno in me stesso e vado indagando chi sia io che tali cose osservo: trovo che io ho il corpo e l'anima; questa che governa, l'altro che è governato; il corpo che serve e l'anima che comanda. Distinguo bene che l'anima è qualcosa di meglio del corpo, e vedo che è l'anima che ricerca tali cose, non il corpo; tuttavia, tutte queste cose che ho conosciuto, le ho conosciute per mezzo del corpo. Lodavo la terra che avevo conosciuto con gli occhi; lodavo il mare che avevo visto con gli occhi, il cielo, le stelle, la luna; lodavo tutte cose che avevo conosciuto con gli occhi. Gli occhi sono membra della carne, sono finestre dello spirito; nell'intimo è colui che vede per mezzo di queste finestre; quando lo spirito è assente occupato in altre cose, invano tali finestre sono aperte. Il mio Dio che ha fatto le cose, che io vedo con gli occhi, non possiamo cercarlo con questi stessi occhi della carne. Ma del resto l'animo stesso attraverso se medesimo vede qualche cosa d'altro; esaminerò ora se si tratta di qualcosa che non vedo per mezzo degli occhi come il colore o la luce; che non sento per mezzo degli orecchi come il canto e il suono; né per mezzo delle narici come la dolcezza degli odori; e neppure con il palato e la lingua come i sapori e nemmeno per mezzo di tutto il corpo come la durezza e la morbidezza, il freddo e il caldo, l'asperità e la levigatezza; vedrò nel mio intimo di che cosa si tratti. Che significa vedere nell'intimo? Significa vedere ciò che non è colore, che non è suono, che non è odore, che non è sapore, e neppure calore, o freddo, o morbidezza, o durezza. Mi si dica ad esempio quale colore ha la sapienza. Quando pensiamo alla giustizia, e ci rallegriamo di lei nell'intimo, nel pensiero stesso della sua bellezza, che cosa echeggia alle nostre orecchie? Che cosa raggiunge le nostre narici quasi fosse un olezzo? Che gusto ne prova la bocca? Che cosa palpiamo con le mani, sì da provarne piacere? Eppure nell'intimo c'è, ed è bella, si loda, e si vede; anche se gli occhi sono nelle tenebre, l'anima gode della sua luce. Che cos'è che vedeva Tobia quando dava consigli di vita, pur essendo cieco, al figlio che vedeva? C'è dunque qualcosa che l'anima stessa vede, l'anima che domina e abita nel corpo, e che non vede per mezzo degli occhi del corpo e non sente per mezzo degli orecchi, né delle nari, né del palato, né del tatto corporeo, ma da se stessa, e che certamente sente meglio da se stessa, che non attraverso i suoi servi. È così senza dubbio; perché vede se stessa per mezzo di se stessa, e l’anima, appena si conosce, si vede. Non accade infatti che per vedere se stessa, cerchi l’aiuto degli occhi del corpo; anzi, si astrae piuttosto da tutti i sensi del corpo, quasi fossero impedimenti e ostacoli, per vedere sé in se stessa, per conoscere sé presso di sé. Ma forse che il suo Dio è qualcosa di simile a ciò che è l’anima? Certamente Dio non si può vedere se non per mezzo dell’anima, ma non si può vedere come si vede l’anima. L’anima cerca di comprendere ciò che è Dio in modo da non essere insultata da coloro che dicono: Dov’è il Dio tuo? Cerca la verità immutabile, la sostanza che non viene mai meno. L’anima non è così, perché viene meno e progredisce; sa e ignora; si ricorda e dimentica; ora vuole e ora non vuole. Questa mutevolezza non si trova in Dio. Se dicessi: Dio è mutevole, mi insulterebbero coloro che dicono: Dove è il tuo Dio?
8. [v 5.] Cerco dunque il mio Dio nelle cose visibili e corporali e non lo trovo; cerco la sua sostanza in me stesso, quasi fosse simile a ciò che io sono, e neppure qui lo trovo. Mi accorgo quindi che il mio Dio è qualcosa di superiore all'anima. Dunque, per conoscerlo, Su queste cose ho meditato, ed effondo al di sopra di me la mia anima. Quand'è che l'anima mia può conoscere ciò che cerca al di sopra di se stessa, se non quando si proietta al di sopra di se medesima? Se infatti restasse in se stessa, non vedrebbe niente altro che se stessa; e vedendo sé non vedrebbe certamente il suo Dio. Dicano dunque coloro che mi insultano: Dov'è il tuo Dio? Dicano pure; io finché non lo vedo, finché ritardo, mangio giorno e notte le mie lacrime. Dicano essi ancora: Dov'è il tuo Dio? Io cerco il mio Dio in ogni essere corporeo, terreno e celeste, e non lo trovo; cerco la sua sostanza nella mia anima, e non la trovo; ho meditato tuttavia sulla ricerca di Dio, e, desiderando intravvedere gli attributi invisibili del mio Dio con l'intelletto attraverso le cose create, effondo sopra di me l'anima mia; e più non mi resta altro da conoscere, se non Dio stesso. Perché ivi è la dimora del mio Dio, al di sopra dell'anima mia; ivi egli abita, di lì egli mi guarda, di lì mi ha creato, di lì mi governa, di lì mi consiglia, di lì mi sollecita, di lì mi chiama, di lì mi dirige, di lì mi spinge, di lì mi trascina.
La Chiesa ed i cristiani sono tempio di Dio.
9. Ma egli che ha una sublime e segreta dimora ha anche in terra la sua tenda. La sua tenda in terra è la Chiesa, ma ancora pellegrina. Nondimeno è qui che dobbiamo cercare; perché nella tenda si trova la via, grazie alla quale si giunge alla dimora. Infatti per quale scopo effondo al di sopra di me l'anima mia per conoscere il mio Dio?Perché entrerò nel luogo della tenda. Errerò infatti cercando il mio Dio al di fuori della tenda. Perché entrerò nel luogo della mirabile tenda fino alla dimora di Dio. Entrerò dunque nella tenda, nella mirabile tenda, fino alla dimora di Dio. Già molte cose infatti ammiro in questa tenda. Ecco quante cose ammiro nella tenda! Perché la tenda di Dio in terra sono gli uomini fedeli; in essi ammiro l'obbedienza di tutto il loro essere, in quanto in essi non regna il peccato che li costringe ad obbedire ai suoi desideri, né le loro membra offrono al peccato le armi dell'ingiustizia, ma si offrono al Dio vivente nelle buone opere; ammiro le membra del corpo perché militano al servizio dell'anima che serve a Dio. Vedo che l'anima stessa obbedisce a Dio, dispone ed ordina le proprie azioni, frena i desideri, scaccia l'ignoranza, si dispone a sopportare ogni asperità ed ogni difficoltà, manifesta, nei confronti degli altri, giustizia e carità. Ammiro tutte queste virtù nell'anima; ma ancora cammino nella tenda. Ma oltrepasso anche queste e sebbene sia mirabile la tenda, mi stupisco quando pervengo alla dimora di Dio. Di questa dimora parla in un altro salmo quando si pone quella difficile ed oscura questione, quando cioè si chiede perché in questa terra di solito il bene tocca ai malvagi, e il male ai buoni, e dice: mi detti a pensare per conoscere, ma divenne un tormento per me, finché non entrai nel santuario di Dio e non considerai le cose ultime. Perché ivi è la fonte dell'intelligenza, nel santuario di Dio, nella dimora di Dio. Ivi ha capito il salmista le cose ultime, e ha risolto la questione della felicità degli ingiusti e della sofferenza dei giusti. In qual modo l'ha risolta? Perché i malvagi, quando qui la loro condanna è rimandata. sono riserbati per pene senza fine; e i buoni, quando qui soffrono, sono messi alla prova, per ottenere nell'ultimo giorno l'eredità. E tutto questo egli ha conosciuto nel santuario di Dio, ha compreso sulle cose ultime. Salendo nella tenda, è giunto alla casa di Dio. Tuttavia, mentre contemplava le parti della tenda, è stato condotto alla dimora di Dio, seguendo una certa dolcezza, una non so quale nascosta e interiore delizia, come se dalla casa di Dio risuonasse soavemente un organo; e mentre egli camminava nella tenda, udito questo suono interiore, guidato dalla dolcezza, seguendo ciò che sentiva risuonare, astraendosi da ogni rumore della carne e del sangue, è giunto infine alla casa di Dio. Così infatti egli parla della sua via e del suo cammino, come se noi gli avessimo detto: Hai ammirato la tenda in questa terra; ebbene in qual modo sei giunto al segreto della casa di Dio? Risponde: Tra voci di giubilo e di lodi, in mezzo ad una moltitudine in festa. Quando qui gli uomini celebrano le loro feste anche se si tratta di feste lussuriose, sono soliti collocare alcuni strumenti musicali dinanzi alle loro case, oppure ingaggiare suonatori, insomma suonare qualche musica che lusinghi ed ecciti la sensualità. Udendola che dice chi passa? Chiede di che cosa si tratta. Risponderanno che si tratta di una festa. Ci diranno che è una festa natalizia, oppure che si tratta di nozze, affinché non sembrino fuori luogo quei canti, e la la lussuria sia scusata con la festa. Nella casa del Signore eterna è la festa. Non vi si celebra una festa che passa. Il festoso coro degli angeli è eterno; il volto di Dio presente dona una letizia che mai viene meno. Questo giorno di festa non ha né inizio né fine. Da quella eterna e perpetua festa risuona un non so che di canoro e di dolce alle orecchie del cuore; purché non sia disturbata dai rumori del mondo. Il suono di quella festa accarezza le orecchie di chi cammina nella tenda e osserva i miracoli di Dio nella redenzione dei fedeli, e rapisce il cervo alle fonti delle acque.
La speranza nelle tribolazioni.
10. [v 6.] Ma poiché, fratelli, finché siamo in questo corpo, siamo esuli dal Signore; e il corpo che si corrompe appesantisce l'anima e la terrena dimora deprime l'intelligenza di chi pensa molte cose; anche se, fugate in qualche modo le nebbie, camminando spinti dal desiderio, siamo giunti talvolta a questo suono e ci siamo sforzati di sentire qualcosa di ciò che proviene da quella casa di Dio, tuttavia, per il peso della nostra debolezza, ricadiamo nelle cose consuete e precipitiamo di nuovo nei pensieri quotidiani. E come là avevamo trovato di che gioire, qui non mancherà di che gemere. Questo cervo infatti, nutrendosi giorno e notte delle sue lacrime, rapito dal desiderio che lo spinge alle fonti delle acque, cioè alla interiore dolcezza di Dio, effondendo al di sopra di sé la sua anima per toccare ciò che sta al di sopra dell'anima sua, camminando nella mirabile tenda fino alla casa di Dio, e guidato dalla giocondità dell'intimo e intelligibile suono, fino a disprezzare le cose esteriori e sentirsi attirato da quelle interiori, tuttavia è ancora un uomo, ancora geme, ancora porta la carne fragile, ancora corre pericoli in mezzo agli scandali di questo mondo. Ha guardato dunque se stesso, considerando donde è venuto, e, quasi fosse inchiodato tra le tristezze della terra che paragona a quelle cose che per un solo momento è riuscito a vedere, dice a se stesso: Perché sei triste, anima mia, e perché mi turbi? Ecco, già da una certa interiore dolcezza siamo allietati, ecco abbiamo potuto scorgere qualcosa di immutabile con l'occhio della mente, anche se per un momento solo e di sfuggita; perché ancora mi turbi, perché ancora sei triste? Non certo dubiti del tuo Dio e hai che cosa dire contro coloro che ti dicono: Dov'è il tuo Dio? Già qualcosa di immutabile ho percepito, perché dunque ancora mi turbi? Spera in Dio. E la sua anima, quasi rispondendogli in silenzio: perché ti turbo? perché non sono ancora là ove c'è quella dolcezza, dalla quale sono stata rapita di sfuggita. Forse che già bevo a quella fonte, senza più alcun timore? Forse che non temo più nessuno scandalo? Forse che sto sicura da ogni desiderio come se già li avessi tutti vinti e domati? Forse il diavolo mio nemico non veglia contro di me? Non mi tende forse ogni giorno i lacci dell'inganno? Non vuoi che ti turbi mentre sono ancora nel secolo, esule dalla casa del mio Dio? Ma: spera in Dio, risponderà alla sua anima colui che da essa è turbato, riconoscendo giusto il suo turbamento, a cagione dei mali dei quali questo mondo abbonda. Vivi frattanto nella speranza. La speranza che si vede non è speranza; ma se speriamo ciò che non vediamo è per mezzo della pazienza che noi l'aspettiamo.
Perseverare nella speranza.
11. [v 7.] Spera in Dio. Perché spera? Perché ancora potrò dar lode a Lui. Come lo loderai? Salvezza del mio volto, Dio mio. La salvezza non mi può venire da me stesso; questo dirò, questo confesserò; Salvezza del mio volto, Dio mio. Infatti, temendo quelle cose che in qualche modo ha conosciuto, le esamina di nuovo perché non si insinui il nemico, e ancora, dice, non sono salvo da ogni parte. Avendo infatti le primizie dello spirito, gemiamo in noi stessi aspettando l'adozione e la redenzione del nostro corpo. Perfezionata in noi quella salvezza, saremo nella casa di Dio, e vivremo senza fine e senza fine loderemo colui al quale è detto: Beati coloro che abitano nella tua casa, nei secoli dei secoli ti loderanno. Questo non è ancora accaduto, perché non è ancora venuta quella salvezza che è promessa; ma lodo il mio Dio nella speranza, e gli dico:Salvezza del mio volto, Dio mio. Perché nella speranza già siamo salvati; ma la speranza che si vede non è speranza. Persevera dunque per giungere alla salvezza; persevera finché la salvezza non verrà. Ascolta il tuo stesso Dio che ti parla dal tuo intimo: spera nel Signore, comportati da uomo, e si conforti il tuo cuore, e spera nel Signore; perché chi avrà perseverato fino alla fine, costui sarà salvo. Orbene perché sei triste, anima mia, e perché mi turbi? spera in Dio perché ancora potrò dar lode a Lui. Questa è la mia lode: Salvezza del mio volto, Dio mio.
La speranza in Dio è un dono del suo amore.
12. In me l'anima mia si è turbata. Forse che per Dio si è turbata? Per me si è turbata. Nell'immutabile si era ristorata, per il mutevole si è turbata. So che resta in eterno la giustizia del mio Dio; ma non so se anche la mia resta. Mi spaventa l'Apostolo che dice: colui che crede di stare in piedi, stia attento a non cadere. Dunque, poiché non c'è in me salvezza, neppure c'è in me speranza per me stesso: in me si è turbata l'anima mia. Vuoi non essere turbato? Non restare in te stesso, di': verso di te, o Signore, ho levato l'anima mia. Ascolta più chiaramente questo concetto. Non sperare in te, ma nel tuo Dio. Infatti, se speri in te, la tua anima si preoccupa per te; perché non è ancora sicura di te stesso. Ebbene poiché l'anima mia si è turbata per me, che mi resta se non l'umiltà, in modo che l'anima non presuma troppo di se stessa? Che le resta, se non che si faccia piccolissima, che si umili, se vuol meritare di essere esaltata? Non attribuisca nessun merito a se stessa, in modo che sia attribuito tutto a Colui dal quale è vantaggioso tutto attenderci. Perché dunque per me si è turbata l'anima mia, ed è la superbia a suscitare questo turbamento, dice: per questo mi sono ricordato di te, o Signore, dalla terra del Giordano e dall'Ermon, dal piccolo monte. Donde mi sono ricordato di te? Dal piccolo monte, e dalla terra del Giordano. Forse dal battesimo, dove è la remissione dei peccati. Infatti nessuno accorre alla remissione dei peccati, se non chi a sé è sgradito; nessuno corre alla remissione dei peccati se non colui che si confessa peccatore; e nessuno si confessa peccatore se non umiliando se stesso dinanzi a Dio. Dunque dalla terra del Giordano mi sono ricordato di te e dal piccolo monte; non dal monte grande, affinché tu faccia grande il monte piccolo, perché chi si esalta sarà umiliato; e chi si umilia, sarà esaltato. Ma se tu cerchi anche il significato dei nomi, Giordano significa "discesa di costoro". Discendi dunque se vuoi sollevarti; non innalzarti, se non vuoi essere abbattuto: e dall'Ermon, dal monte piccolo. Ermon significa condanna. Condanna dunque te stesso, sii a te stesso sgradito; sarai infatti sgradito a Dio, se piacerai a te. Ebbene poiché Dio ci dona tutti i beni, poiché egli è buono, non perché noi siamo degni, perché egli è misericordioso, non perché noi meritiamo alcunché, dalla terra del Giordano e dall'Ermon mi sono ricordato di Dio. E poiché umilmente se ne è ricordato, meriterà di fruire della glorificazione; perché non si gloria in sé chi si gloria nel Signore.
La sapienza e la verità si apprendono dalla predicazione.
13. [v 8.] L'abisso invoca l'abisso, nella voce delle tue cascate. Posso forse completare il salmo, aiutato dal vostro zelo e dal fervore che noto in voi. Non mi preoccupo troppo della vostra fatica, mentre ascoltate, quando voi vedete che anch'io, che parlo, sudo in queste fatiche. Vedendomi affaticato, certamente collaborerete; non mi affatico per me, ma per voi: ascoltate dunque, dato che vedo che lo desiderate. L'abisso invoca l'abisso, nella voce delle tue cascate: questo ha detto a Dio colui che si è ricordato di Dio dalla terra del Giordano e dall'Ermon; questo ha detto ammirando: l'abisso invoca l'abisso, nella voce delle tue cascate. Di quale abisso si tratta, e quale abisso invoca? L'abisso è appunto questa intelligenza. L'abisso infatti è una profondità impenetrabile, incomprensibile; e soprattutto così ci si suole esprimere a proposito della profondità delle acque. Perché in esse è l'altezza, la profondità che non si può penetrare fino in fondo. Altrove infatti è detto: I tuoi giudizi sono come l'abisso immenso, volendo la Scrittura sottolineare che i giudizi di Dio non possono essere compresi. Di quale abisso si tratta dunque, e quale abisso invoca? Se la profondità è l'abisso, riteniamo che il cuore dell'uomo non sia un abisso? Cosa c'è infatti di più profondo di quest'abisso? Gli uomini possono parlare, li possiamo vedere attraverso le azioni delle loro membra, li possiamo ascoltare nei loro discorsi; ma quale pensiero si penetra, in quale cuore si indaga? Chi mai potrà comprendere che cosa l'uomo reca nell'intimo, che cosa può, che cosa sa, di che cosa dispone, che cosa vuole, che cosa non vuole? Credo perciò che correttamente si possa intendere per abisso l'uomo del quale altrove è detto: affronterà l'uomo anche il cuore profondo, e Dio sarà esaltato. Se dunque l'uomo è l'abisso, in qual modo l'abisso invoca l'abisso? L'uomo forse invoca l'uomo? Lo invoca come è invocato Dio? No, certo. Ma invocare significa chiamare a sé. Si dice infatti di un tale che invoca la morte; cioè che vive in modo tale da chiamare la morte. Di fatto nessun uomo pregando invoca la morte; ma vivendo male gli uomini invocano la morte. L'abisso invoca l'abisso, l'uomo invoca l'uomo. Così si impara la sapienza, così si apprende la fede, quando l'abisso invoca l'abisso. Invocano l'abisso i santi che predicano la parola di Dio. Forse che anch'essi non sono abissi? Affinché tu sappia che anch'essi sono abissi, l'Apostolo dice: Non m'importa essere giudicato da voi, oppure da un tribunale umano. Ma per intendere quanto grande sia tale abisso ascoltate ancora: E neppure me stesso giudico. Credete dunque che vi sia nell'uomo una profondità talmente grande da rimanere nascosta a lui stesso? Quant'era grande la profondità della debolezza che si celava in Pietro, quando egli non sapeva che cosa avesse nel suo intimo, e temerariamente prometteva che sarebbe morto insieme col Signore, oppure per il Signore! Che immenso abisso! Questo abisso tuttavia, era manifesto agli occhi di Dio. Infatti Cristo gli preannunziava proprio quest'abisso, che egli ignorava di avere in sé. Dunque ogni uomo, anche santo, anche giusto, anche se in molte cose progredisce, è un abisso ed invoca l'abisso quando annunzia all'uomo la fede e la verità in vista della vita eterna. Ma l’invocazione dell’abisso da parte dell’abisso è utile, quando si compie "nella voce delle tue cascate". L’abisso invoca l’abisso, cioè l’uomo guadagna un altro uomo; ma non con la sua voce, bensì nella voce delle tue cascate.
Temiamo il giudizio di Dio.
14. Ascoltate un'altra interpretazione: l'abisso invoca l'abisso nella voce delle tue cascate. Io che tremo, quando l'anima mia si turba dentro di me ho avuto violento timore dei tuoi giudizi; perché i tuoi giudizi sono grandi abissi, e l'abisso chiama l'abisso. Infatti sotto questa carne mortale, affaticata, peccatrice piena di noie e di scandali, oppressa dalle concupiscenza, c'è una dannazione che deriva dal tuo giudizio; perché tu hai detto al peccatore: Di morte morirai e: nel sudore del tuo volto mangerai il tuo pane. Questo è il primo abisso del tuo giudizio. Ma se qui nel male saranno vissuti gli uomini, l'abisso invoca l'abisso; perché passano di pena in pena, di tenebre in tenebre, di profondità in profondità e di supplizio in supplizio, e infine dall'ardore della cupidigia nelle fiamme dell'inferno. Ecco che cosa ha forse temuto quest'uomo allorché dice: l'anima mia si turba in me; quando penso a te, Signore, dalla terra del Giordano e dall'Ermon. Debbo essere umile. Ho avuto orrore infatti dei tuoi giudizi, violentemente ho temuto i tuoi giudizi; per questo l'anima mia si turba in me: e quali tuoi giudizi ho temuto? Sono forse piccoli questi tuoi giudizi? Sono grandi, sono duri, sono pesanti; ma volesse il cielo che fossero i soli! L'abisso chiama l'abisso, nella voce delle tue cascate. Poiché tu minacci, tu dici che dopo queste fatiche ci resta un'altra condanna: nella voce delle tue cascate, l'abisso invoca l'abisso. Dove sfuggirò dunque dal tuo volto, dove scapperò dal tuo spirito, se l'abisso invoca l'abisso, se dopo queste fatiche debbo temerne di più pesanti?
15. Tutti i tuoi cavalloni e i tuoi flutti passano sopra di me. I flutti in ciò che subisco, i cavalloni in ciò che tu minacci. Ogni colpa che sento è una tua ondata; ogni tua minaccia, è un tuo rinvio. Nelle ondate questo abisso invoca, nei rinvii invoca l'altro abisso. In ciò che soffro, tutte le tue ondate, in ciò che tu minacci di più grave, tutti i tuoi rinvii si sono rovesciati su di me. Colui che minaccia non opprime, ma rinvia. Ma poiché tu liberi, questo ho detto all'anima mia: spera in Dio perché lui loderò; è la salvezza del mio volto, Dio mio. Quanto più frequenti sono le sciagure, più dolce sarà la tua misericordia.
Inevitabilità della sofferenza.
16. [v 9.] Continua pertanto: Di giorno il Signore concede la sua misericordia, e di notte l'annunzierà. Nessuno manchi di ascoltare quando è nella tribolazione. State attenti quando vivete nel bene, ascoltate quando siete nella prosperità; imparate, quando siete tranquilli, la disciplina della sapienza, e raccogliete come fosse un cibo la parola di Dio. Quando uno è nella tribolazione, gli giova ciò che ha ascoltato quando era tranquillo. Infatti nella prosperità Dio ti manda la sua misericordia, se fedelmente lo avrai servito, perché ti libera dalla tribolazione; ma soltanto per mezzo della notte ti annuncia la misericordia che ti manda per mezzo del giorno. Quando sarà venuta la tribolazione allora non ti mancherà l'aiuto; ti mostra che era vero ciò che ti ha mandato durante il giorno. Sta infatti scritto in un certo passo: bella è la misericordia del Signore nel tempo della tribolazione, come una nube di pioggia nel tempo della siccità. Di giorno il Signore ha mandato la sua misericordia e di notte la annunzierà. Non ti mostra che ti soccorre se non quando sarà venuta la tribolazione in modo che tu ne sia liberato da colui che, di giorno, te l'ha promessa. Per questo siamo esortati a imitare la formica. Come infatti la prosperità del secolo è rappresentata dal giorno, così le avversità del secolo sono rappresentate dalla notte; del pari, in altro modo, la prosperità del secolo è rappresentata dall'estate, mentre le avversità del secolo sono rappresentate dall'inverno. E che cosa fa la formica? Durante l'estate raccoglie ciò che le serve d'inverno. Dunque quando è estate, quando vivete nel bene, quando siete tranquilli, ascoltate la parola del Signore. Come è possibile che nella tempesta di questo secolo varchiate tutto questo mare senza alcuna tribolazione? Come può accadere? A quale uomo capita? Se a qualcuno capita, quella stessa tranquillità è ancor più da temere. Di giorno il Signore ha mandato la sua misericordia e di notte la annunzierà.
Esortazioni alla preghiera e alla perseveranza in Dio
17. [vv 9.10.] Che farai dunque in quest'esilio? Come ti comporterai? In me la preghiera a Dio, vita mia. Mi comporto come quel cervo, assetato e anelante alla fonte delle acque, al ricordo della dolcezza di quella voce grazie alla quale sono stato condotto attraverso la tenda sino alla casa di Dio, affinché questo corpo che si corrompe appesantisce l'anima, in me la preghiera a Dio vita mia. Non perché supplicando Dio io sarò riscattato dai luoghi d'oltre mare; neppure navigherò affinché Dio mi esaudisca portandogli da lontano incenso e aromi oppure offrendogli dal gregge un vitello o un ariete: in me la preghiera a Dio, vita mia. Dentro di me ho la vittima da immolare, dentro di me ho l'incenso da offrire, dentro di me ho il sacrificio con il quale piegare il mio Dio: sacrificio a Dio è lo spirito contrito. Quale sacrificio di spirito contrito abbia dentro di me, ascolta: Dirò a Dio: Sei il mio protettore, perché ti sei scordato di me? Soffro tanto in questo mondo che è come tu ti fossi scordato di me. Ma tu mi metti alla prova; e so che rimandi, non mi togli ciò che mi hai promesso; ma tuttavia perché ti sei scordato di me? Come con la nostra voce ha gridato anche il nostro Capo: Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Dirò a Dio: sei il mio protettore, perché ti sei scordato di me?

18. [v 11.] Perché mi hai scacciato? Dalla profondità della fonte dell'intelligenza della immutabile verità, perché mi hai scacciato? Perché per la gravezza ed il peso della mia iniquità, mentre già mi ero sollevato lassù, sono precipitato in queste cose? Dice altrove questa voce: Io ho detto nella mia estasi, quando ha visto un non so che di grande, nella esaltazione del suo spirito: io ho detto nella mia estasi: sono sottratto allo sguardo dei tuoi occhi. Ha paragonato infatti le cose nelle quali si trova a quelle alle quali si era elevato, ed ha visto di essere sottratto allo sguardo degli occhi di Dio. Così anche qui: perché mi hai scacciato? e perché rattristato devo camminare, mentre il nemico mi affligge, mentre spezza le mie ossa il diavolo tentatore, mentre ovunque si fanno più frequenti gli scandali, per l'abbondanza dei quali si raffredda la carità di molti? Quando vediamo i forti della Chiesa cedere spesso agli scandali, non dice forse allora il Corpo di Cristo: il nemico spezza le mie ossa? Le ossa infatti sono i forti, e talvolta gli stessi forti cedono alle tentazioni. Quando un membro del Corpo di Cristo osserva tutte queste cose, non grida forse con la voce del Corpo di Cristo: perché mi hai scacciato, e perché rattristato devo camminare, mentre il nemico mi affligge, mentre spezza le mie ossa? Non soltanto le mie carni, ma anche le mie ossa; perché tu vedi cedere alla tentazione anche coloro nei quali si riteneva vi fosse una certa forza, e gli altri deboli disperano quando vedono soccombere i forti. Come sono grandi questi pericoli, fratelli miei!

19. [vv 11.12.] Mi hanno vituperato coloro che mi fanno soffrire. Di nuovo si sente quella voce: Dicendomi ogni giorno: dov'è il tuo Dio? E soprattutto queste cose dicono nelle tribolazioni della Chiesa: dov'è il tuo Dio? Questo è ciò che udirono i martiri forti e pazienti nel nome di Cristo, quando fu detto loro: dov'è il vostro Dio? Vi liberi, se può. Gli uomini vedevano i loro supplizi esteriori, ma non vedevano le intime corone. Mi hanno vituperato coloro che mi fanno soffrire, dicendomi ogni giorno: dov'è il tuo Dio? Ed io per queste cose, perché in me si è turbata l'anima mia, che cosa gli dirò se non questo: perché sei triste, anima mia, e perché mi turbi? Ed essa sembra rispondermi: non vuoi che ti turbi mentre sono in mezzo a tante sciagure? mentre sospiro al bene, assetata e affaticata, non vuoi che ti turbi? Spera in Dio perché ancora potrò dar lode a lui. Ripete la stessa lode; ripete la conferma della speranza: salvezza del mio volto e Dio mio.

venerdì 2 dicembre 2016

il proselitismo di s. Francesco

Il proselitismo missionario di s. Francesco Saverio


FRANCESCO SAVERIO BATTEZZA UNA PRICIPESSA INDIANA«Talmente grande è la moltitudine dei convertiti», scriveva s. Francesco Saverio, la cui festa liturgica cade il 3 dicembre, «che sovente le braccia mi dolgono tanto hanno battezzato e non ho più voce e forza di ripetere il Credo e i comandamenti nella loro lingua». Sbagliava il gesuita missionario nel fare proselitismo? Ma proselitismo non è forse sinonimo di missionarietà e missionarietà non è forse evangelizzazione? Cristo stesso ordinò ai suoi discepoli: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28, 19-20). La Chiesa è nata, fin dal primo istante, missionaria.

In un mese san Francesco Saverio giunse a battezzare 10.000 pescatori della casta dei Macua, nel Travancore in India. Mentre era intento ad amministrare il sacramento, ricevette la triste notizia che 600 cristiani di Manaar avevano preferito lasciarsi uccidere piuttosto che tornare al paganesimo. Alla fine di gennaio del 1545, con la nave che ogni anno partiva da Cochin per il Portogallo, padre Saverio inviò tre lettere in Europa: una per il Re del Portogallo, Giovanni III, la seconda all’amico gesuita Simone Rodriguez, la terza ai suoi confratelli rimasti a Roma, accanto a sant’Ignazio di Loyola.

In quest’ultima parlava della conversione degli indiani proprio di Travancore, del battesimo del principe di Ceylon e della speranza di conquistare alla fede in Dio Uno e Trino l’arcipelago delle Celebes: «Ho fiducia in Dio, nostro Signore di poter fare più di centomila cristiani quest’anno». Concludeva chiedendo con insistenza l’invio di collaboratori missionari.

Questa lettera, lunga alcune pagine, fu copiata, diffusa e lanciata fra il grande pubblico, dove suscitò viva emozione. Il sovrano del Portogallo chiese subito che venisse letta dal pulpito di tutte le chiese del regno. Fu così che i cuori dei fedeli si infiammarono. Testimoni, spesso mercanti provenienti dall’Oriente, confermarono le buone notizie, affermando che maestro Francesco faceva migliaia e migliaia di conversioni. Gli appelli ardenti di Padre Francesco sollevarono lo zelo dei missionari. San Filippo Neri sognò di imbarcarsi per l’India, mentre Jérôme Nadal decise di entrare nella Compagnia di Gesù.

Tutto questo entusiasmo aumentò nel corso degli anni seguenti, grazie alle magnifiche lettere del santo che venivano pubblicate a Coimbra, a Lovanio, a Parigi, a Venezia, a Roma. Nelle sue opere Guillaume Postel, linguista, astronomo e umanista francese, dette libero sfogo alla sua ammirazione per Saverio «il quale ha fatto più nel poco tempo che è stato nell’Oriente della Terra Santa, di quanto sia mai stato fatto in qualsiasi altra parte del mondo…». Quando, due anni dopo la morte, si scoprì che il corpo era ancora intatto, la sua fama di santità e di taumaturgo si diffuse ancor più. Le gesta saveriane giungevano in Europa lasciando la gente interdetta: miracoli, tempeste placate, morti risuscitati, profezie, dono delle lingue… e conversioni di infedeli, chi diceva 500 mila, chi un milione.

Che cosa avrebbe detto il santo gesuita spagnolo di fronte alla seguente dichiarazione? «Non è lecito convincere della tua fede: il proselitismo è il veleno più forte contro il cammino ecumenico» (Papa Francesco, discorso a braccio nell’Aula Paolo VI, 13 ottobre 2016). Il Vangelo è chiaro, non possono esserci fraintendimenti. Infatti l’ecumenismo non è un’istanza cristologica, ma protestante, nata agli inizi del Novecento e trasferita nella Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II.

San Francesco Saverio è universalmente considerato pioniere delle missioni dei tempi moderni, patrono dell’Oriente dal 1748, dell’Opera della Propagazione della Fede dal 1904, di tutte le missioni con santa Teresina di Gesù Bambino di Lisieux dal 1927. Il 15 agosto 1534 si consacrò fra i primi sette membri della Compagnia di Gesù, insieme a sant’Ignazio Loyola, nella chiesetta di Santa Maria di Montmartre, dove fece voto di castità, di povertà, di obbedienza e di pellegrinare in Terra Santa o, in caso d’impossibilità, di andare a Roma per mettersi a disposizione del Papa. Giunsero a Venezia, ma non fu possibile salpare poiché era in corso la guerra fra veneziani e ottomani. Raggiunsero allora Roma e qui sant’Ignazio volle Francesco suo segretario.
Nella primavera del 1539 ricevettero l’approvazione di papa Paolo III della Compagnia di Gesù e furono ordinati sacerdoti. Nel 1540 il suo Superiore decise, seguendo la richiesta del Re del Portogallo, di inviarlo nelle Indie Orientali (per sostituire un confratello malato) in qualità di legato papale per tutte le terre situate ad oriente del capo di Buona Speranza.

San Francesco Saverio prese dimora al collegio di San Paolo a Goa e qui iniziò la sua missione instancabile, irrefrenabile…umanamente impossibile. Era il 1542. Il suo apostolato iniziò a dare frutti fin dal principio e si fece apprezzare ed amare fra i malati, i poveri, i ricchi, i prigionieri, gli schiavi. Tutti cominciarono a chiamarlo «Santo Padre» e «Grande Padre». Per le strade raccoglieva bambini e ragazzi e insegnava loro il catechismo.
Oggi il Papa gesuita, rispondendo a chi gli ha domandato che cosa fare in Sassonia, dove l’80% della popolazione non si dichiara appartenente a nessuna convinzione religiosa, ha detto: «L’ultima cosa che tu devi fare è: “dire”. Tu devi vivere come cristiano scelto, perdonato e in cammino. Tu devi dare testimonianza della tua vita cristiana”, che così arriva al “cuore” dell’altro, “e da questa afferma: «inquietudine nasce una domanda: ma perché quest’uomo, questa donna, vive così? Questo è preparare la terra perché lo Spirito Santo, che è quello che lavora, faccia quello che deve fare: lui deve fare, non tu”. “La grazia è un dono – ha ribadito Francesco – e lo Spirito Santo è il dono di Dio nel quale avviene la grazia: è il dono che ci ha inviato Gesù con la sua passione, morte e resurrezione. Sarà lo Spirito Santo a muovere quel cuore, con la tua testimonianza, perché ti domandi: e lì tu puoi, con molta delicatezza, dire il perché, ma senza volere convincere» (http://agensir.it/quotidiano/2016/10/13/papa-francesco-ai-luterani-il-proselitismo-e-il-veleno-piu-forte-contro-il-cammino-ecumenico/).

E invece san Francesco Saverio convinceva e convinceva proprio con la parola, così come aveva fatto Gesù, il Verbo fatto Carne («Et Verbum caro factum est, et habitávit in nobis»), e da quel suo dire e dai sacramenti che impartiva nascevano le opere di salvezza, le grazie e, talvolta, i miracoli. In tutto questo immenso apostolato lo Spirito Santo lo assisteva, lo illuminava, lo fortificava per compiere al meglio la sua missione.

Dopo cinque mesi di permanenza, il governatore delle Indie lo inviò al Sud, qui riportò al cattolicesimo i pescatori di perle della costa del Paravi, ricaduti nell’idolatria, i quali, otto anni prima, avevano chiesto il battesimo per essere difesi dai musulmani. Con l’aiuto di interpreti tradusse negli idiomi locali dottrina e preghiere. Per due anni viaggiò di villaggio in villaggio, a piedi o su imbarcazioni di fortuna, affrontando insidie e pericoli di ogni sorta per fondare chiese e scuole. Era maestro, medico, giudice, soprattutto pastore. E aprì nuovi campi all’apostolato.

Predicò per quattro mesi nell’importante centro commerciale di Malacca; visitò l’arcipelago delle Molucche, l’isola di Amboina, presso la Nuova Guinea e si spinse fino all’isola di Ternate, estrema fortezza dei portoghesi, e più oltre ancora, fino alle isole del Moro, al nord delle Molucche, abitate da cacciatori di teste. Qui agli ospiti indesiderati si servivano pietanze avvelenate, perciò gli suggerirono di portare con sé degli antidoti. Ma il suo unico antidoto era Dio e Dio lo ricompensava dei Suoi doni. «Queste isole», scrisse il 20 gennaio 1548, «sono fatte e disposte a meraviglia perché vi ci si perda la vista in pochi anni per l’abbondanza delle lacrime di consolazione… Io circolavo abitualmente nelle isole circondate da nemici e popolate da amici poco sicuri, attraverso terre sprovviste di qualsiasi rimedio per le malattie e prive di qualsiasi soccorso per conservare la vita», tuttavia era vivo, vivo per essere missionario di Verità.

Raggiunta Malacca, nel dicembre 1547 incontrò un fuggiasco giapponese, Anjiro, che desiderava abbracciare il cristianesimo al fine di liberarsi dal rimorso provocato da un delitto che aveva commesso. Saverio venne in tal modo indotto ad approdare in Giappone in sua compagnia. Sbarcò a Kagoshima, nell’isola di Kiu-Sciu, il 15 agosto 1548. Dal Giappone alla Cina. Il 17 aprile 1552 approdò sull’isola di Sanciano con un servo cinese convertito, Antonio di Santa Fe. Qui si ammalò di polmonite e, senza cure, spirò in una capanna il 3 dicembre di quell’anno ripetendo: «Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me! 0 Vergine, Madre di Dio, ricordati di me!». Due anni più tardi fu traslato prima a Malacca e poi a Goa, dove si venera nella chiesa del Buon Gesù.Paolo V lo beatificò il 21 ottobre 1619 e Gregorio XV lo canonizzò il 12 marzo 1622.

Ignazio di Loyola aveva voluto creare una profonda comunione spirituale con ognuno dei suoi missionari, perciò aveva loro raccomandato una corrispondenza regolare, dedicando a questo tema addirittura un capitolo delle Costituzioni e padre Francesco Saverio diede ascolto, nonostante la difficoltà delle “poste” dell’epoca… Inviò una decina di lettere affidandole alle navi che facevano ritorno in Europa: il viaggio dalle Molucche a Roma durava circa tre anni, mentre dall’India a Roma almeno 9 mesi.

Nel suo epistolario emerge l’animo di «questa grande fiamma di amore che brucia per sempre sulle rive dell’Estremo Oriente» come ebbe a definire Pio XII il santo delle Indie, una fiamma che osava dire, sicuro di non offendere perché parlava in Dio, come dimostrano queste eloquenti espressioni non politicamente corrette, indirizzate a Giorgio III del Portogallo: «Mettetevi in testa che se Dio vi ha dato l’impero delle Indie, è stato per mettervi alla prova […]. Non si tratta di riempire le vostre casse con le ricchezze dell’Oriente, ma di mostrare a Dio il vostro zelo, aiutando i missionari». (Cristina Siccardi)

l'IMMACOLATA e SATANA




in occasione del festival internazionale dei giovani, d. Federico ha tenuto questa interessante omelia che mette in luce la drammatica situazione della Chiesa Cattolica oggi.
 
Preghiamo per il ministero di Don Federico.

misericordia



La misericordia serviva a finire i nemici caduti sul campo di battaglia; sottile e affilata, per penetrare tra le giunture, ieri dell'armatura oggi delle coscienze.

cardinali “vecchi rincoglioniti”?

aggressione a "4 cardinali"  
Ecco chi sono i nuovi Inquisitori  




di Riccardo Cascioli

Li hanno dipinti come “vecchi rincoglioniti”, quattro cardinali isolati e fuori dal mondo, rimasuglio di una Chiesa ormai superata che vede solo la rigidità della dottrina e non capisce la Misericordia che entra nelle pieghe della vita. Insomma, uno scarto della Chiesa, un’appendice marginale neanche degna di un “sì” o un “no” alle loro domande.

Eppure devono averne una gran paura se da giorni stiamo assistendo a un crescendo di insulti e accuse pesanti, ormai un vero e proprio linciaggio mediatico, contro i quattro cardinali – Raymond Burke, Walter Brandmuller, Carlo Caffarra e Joachim Meisner – rei di aver resi pubblici cinque “Dubia” già presentati a papa Francesco riguardo all'esortazone apostolica Amoris Laetitia. Addirittura siamo arrivati a richieste di dimissioni dal collegio cardinalizio o, in alternativa, suggerimenti al Papa di togliere loro la berretta cardinalizia.

I protagonisti sono i più vari: vescovi che hanno da regolare conti personali, ex filosofi che rinnegano il principio di non contraddizione, cardinali amici ... che malgrado l’età non hanno abbandonato i sogni rivoluzionari, intellettuali e giornalisti che si considerano “guardiani della rivoluzione”, e l’immancabile p. Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica e vera eminenza grigia, tanto da essere conosciuto a Roma come il vice-Papa. Quest’ultimo poi, come un adolescente qualsiasi, si è reso protagonista di bravate sui social che lasciano esterrefatti: dapprima con un tweet ha apostrofato il cardinale Burke paragonandolo al “verme idiota” del Signore degli anelli (tweet poi cancellato); quindi si è messo a rilanciare tweet offensivi nei confronti dei quattro cardinali partiti dall’account “Habla Francisco”, che si è scoperto ieri riportare all’indirizzo e-mail di p. Spadaro alla Civiltà cattolica. E poi l’immancabile Alberto Melloni, punto di riferimento della Scuola di Bologna che lavora per una riforma della Chiesa fondata sullo “spirito” del Concilio Vaticano II.


È un vero e proprio nuovo tribunale dell’Inquisizione che, colpendo i quattro, intende intimidire chiunque abbia l’intenzione di esprimere anche semplici domande, figurarsi chi volesse esternare delle perplessità.

È un atteggiamento inquietante, una difesa del Papa quanto meno sospetta da parte di chi ha apertamente contestato i predecessori di papa Francesco. E solo per aver posto delle semplici domande di chiarimento a proposito dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia che, come chiunque può constatare, ha dato origine a interpretazioni opposte e sicuramente non conciliabili. Al proposito bisogna ricordare che i “Dubia” sono uno strumento molto utilizzato nel rapporto tra vescovi e Congregazione per la Dottrina della Fede (e attraverso questa con il Papa). La novità in questo caso è semplicemente nell’aver resi pubblici questi Dubia, ma dopo ben due mesi di vana attesa di una risposta, che i quattro cardinali hanno legittimamente interpretato come un invito a proseguire la discussione.

Eppure per Melloni si tratta di «un atto sottilmente eversivo, parte di un gioco potenzialmente devastante, con ignoti mandanti, condotto sul filo di una storia medievale». Atto eversivo, spiegherà Melloni in un’altra intervista, perché fare domande significa mettere il Papa sotto accusa, un metodo da inquisizione. Cose da non credere: chiedere chiarimenti è diventata un’attività eversiva, da Inquisizione. E gli «ignoti mandanti» poi: accuse vaghe, scenari fantasiosi ma che devono dare l’impressione di una cospirazione da fronteggiare con decisione. E infatti ecco il passaggio successivo: «Chi porta attacchi come questo (…) è qualcuno che punta a dividere la Chiesa», dice. E quindi ecco le conseguenze auspicate: «…nel diritto canonico è un crimine, punibile».

Addirittura criminali, dunque, perché vogliono dividere la Chiesa. Poco importa se la realtà è esattamente opposta: la spinta a rivolgere delle domande al Papa nasce proprio dalla constatazione della divisione nella Chiesa che si è palesata con le opposte interpretazioni di Amoris Laetitia.

C’è proprio puzza di maoismo nella Chiesa, rumore di Guardie Rosse e di avanguardie rivoluzionarie; ci mancano solo i campi di rieducazione. Anzi no, pare che già ci siano anche quelli, almeno stando al solito Melloni. Infatti, ci spiega il perché papa Francesco non abbia usato nei confronti di monsignor Lucio Vallejo Balda – nelle carceri vaticane per lo scandalo Vatileaks – quella clemenza che ha invece invocato per i carcerati nei vari paesi del mondo: «A fine Giubileo si capisce il perché: papa Francesco non vedeva in quel processo una procedura penale, ma un gesto pedagogico verso gli avversari» che ora «rischiano molto». Insomma, colpirne uno per educarne cento. 

Si tratta di una lettura davvero inquietante, a maggior ragione se si pensa che quanti oggi si scatenano a difesa del Papa per delle semplici domande di chiarimento che dovrebbero essere normali, fino a ieri contestavano apertamente i predecessori di papa Francesco. Anzi, vedono oggi in papa Francesco la possibilità di cancellare quanto sulla famiglia hanno insegnato Paolo VI e Giovanni Paolo II. L’enciclica Humanae Vitae (Paolo VI) e l’esortazione apostolica Familiaris Consortio (Giovanni Paolo II) sono state nel mirino di vari episcopati europei (Austria, Germania, Svizzera, Belgio) anche nel recente doppio Sinodo sulla famiglia.
 

E chi di costoro si è scandalizzato quando il cardinale Carlo M. Martini ha scritto chiaro e tondo (Conversazioni notturne a Gerusalemme) che l’Humanae Vitae ha prodotto «un grave danno» col divieto della contraccezione cosicché «molte persone si sono allontanate dalla Chiesa e la Chiesa dalle persone»? E ha auspicato un nuovo documento pontificio che la superi, soprattutto dopo che Giovanni Paolo II seguì «la via di una rigorosa applicazione» della Humanae Vitae? Certamente nessuno, perché ciò che conta non è l’oggettività del Magistero (il cui riferimento è la Rivelazione di Dio), ma il progetto ideologico di queste avanguardie sedicenti interpreti della volontà popolare.

E allora c’è un’intima coerenza nel fatto che i papisti di oggi siano i ribelli di ieri. Sì, ribelli. Perché da Paolo VI in poi, questi vescovi e intellettuali, questi maestri di obbedienza al Papa, hanno dichiarato guerra al Magistero in quanto non recepiva lo spirito del Vaticano II; hanno firmato manifesti, documenti e appelli in cui contestavano apertamente il Papa regnante, fosse Paolo VI, Giovanni Paolo II o Benedetto XVI. Ricordiamo almeno il pesante documento del noto moralista tedesco Bernard Haring nel 1988 contro Giovanni Paolo II che tanto sostegno ricevette in tutta Europa, subito seguito dalla Dichiarazione di Colonia, nel 1989, dello stesso tenore, firmata da numerosi e influenti teologi tedeschi, austriaci, olandesi e svizzeri. E in Italia subito accolta con favore, tra gli altri, da quel Giovanni Gennari  che oggi fa il quotidiano custode dell’ortodossia dalle colonne di Avvenire.

Ma nello stesso anno in Italia arriva anche il Documento dei 63 teologi, una Lettera ai cristiani pubblicata sulle colonne de Il Regno, in cui si contesta apertamente il magistero di Giovanni Paolo II. E nell’elenco dei firmatari ci troviamo nomi noti che hanno imperversato in seminari e atenei pontifici negli ultimi decenni, realizzando un vero e proprio magistero parallelo di cui oggi vediamo gli amari frutti. Facevano le vittime, ma tutti hanno fatto brillanti carriere, qualcuno è anche diventato vescovo come quel mons. F. G. Brambilla. Ma guarda caso, tra le firme troviamo l’immancabile Alberto Melloni, con i suoi colleghi della Scuola di Bologna (Giuseppe Alberigo in testa), il priore della Comunità di Bose Enzo Bianchi, Dario Antiseri, Attilio Agnoletto. 


Sono gli stessi che hanno continuato ad attaccare pubblicamente Benedetto XVI, anche con palesi prese in giro, riguardo alla corretta interpretazione del Concilio Vaticano II che Melloni, Bianchi e co. hanno sempre visto come svolta radicale e irreversibile «nella comprensione della fede ecclesiale», contro l’ermeneutica della riforma nella continuità spiegata da papa Ratzinger. E come non ricordare le vesti stracciate per la scomunica tolta ai lefevriani mentre ora neanche un sospiro si è levato di fronte alle aperture unilaterali di papa Francesco.

Sono questi i personaggi che oggi pretendono di giudicare cardinali, vescovi e laici preoccupati della grave confusione che si è creata nella Chiesa. Una banda di ipocriti e sepolcri imbiancati, che perseguono da decenni una loro agenda ecclesiale, che usano il Papa per affermare un loro progetto di Chiesa, e che oggi si permettono l’arroganza di chi pensa di essere al comando di una vincente e gioiosa macchina da guerra. Sono questi i veri fondamentalisti, sostenuti da una stampa compiacente che non vede l’ora di cancellare definitivamente ogni traccia di identità cattolica. Che però, purtroppo per loro, non soccomberà. 

http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-lintollerabile-aggressione-ai-quattro-cardinaliecco-chi-sono-i-nuovi-inquisitori-18216.htm#.WEAP1Lm-61u

giovedì 1 dicembre 2016

OSCURARE I SITI PRO LIFE

LA PROPOSTA FRANCESE DI CHIUDERE I SITI PRO LIFE.
COSA RISPONDERE?



 
Il governo francese ha presentato una proposta di legge per chiudere i siti internet pro-life. Il Presidente dei Vescovi francesi ha scritto una lettera pubblica e la cosa segna indubbiamente la gravità del momento. Si tratta di un processo che procede sempre più velocemente verso la dittatura del relativismo. Per combattere questo processo è indispensabile tuttavia coglierne il senso profondo.

La proposta del governo francese è perfettamente coerente con i presupposti della cultura del modernismo individualista. Non è stato un errore di percorso. Oggi gli Stati non si limitano più a considerare le violazioni di principi non negoziabili della morale naturale come delle eccezioni. L’aborto, l’eutanasia, la fecondazione eterologa sono considerati un diritto umano. Così come il diritto di espressione, quello di cambiare la propria residenza oppure di accedere a cure sanitarie di base. La donna ha diritto ad uccidere il bimbo che porta in seno, il medico avrà il diritto di uccidere il malato terminale che, magari quando era ventenne, aveva firmato una dichiarazione anticipata di trattamento o, perfino in assenza di questa, interpretando che così avrebbe voluto lui (non è successo così anche per Eluana Englaro?), la coppia che vuole figli con la fecondazione in vitro ha diritto di sacrificare un certo numero di embrioni umani.

Ora, se si tratta di diritti umani lo Stato li deve regolamentare, proteggere, promuovere, e ad essi deve anche educare i cittadini. Tra questi compiti dello Stato figura senz’altro anche quello di contrastare tutti coloro che ne vogliono limitare l’esercizio. Quelli – per esempio - che vogliono dissuadere la donna ad abortire violando la sua libertà di coscienza. Se abortire è un diritto umano contemplato dalla legge e protetto dai pubblici poteri, cercare di impedire di abortire è un reato che lo Stato deve prevenire e punire. Se il contrario dei principi non negoziabili è qualcosa di non negoziabile, è perfettamente coerente che lo Stato chiuda i siti internet pro-life. Gli si può rimproverare un errore logico a monte: negare i principi non negoziabili fino al punto da affermare come non negoziabile il contrario, ma dato quell’assunto tutto ciò che ne deriva è perfettamente coerente e logico. Uno Stato che prima riconosce dei diritti umani e poi non li difende da chi li contrasta o impedisce è un voltagabbana.

Questa è la situazione tragica da denunciare, altrimenti si rimane nella logica perversa di questo stesso processo culturale. L’opposizione dovrebbe riguardare l’origine stessa del tentativo di rovesciare la morale naturale e rendere diritto ciò che è torto, bene ciò che è male. La polemica contro queste forme di arroganza di Stato dovrebbe risalire fino alle origini, fino alle leggi che consentono l’aborto e che distruggono gli stessi presupposti della convivenza civile. Accade invece che l’opposizione si limiti a rivendicare la libertà di espressione come diritto soggettivo. Oscurare i siti pro-life non vorrebbe dire rendere obbligatori i principi non negoziabili, ma semplicemente impedire l’espressione democratica dei cittadini. Al centro della critica al governo, non viene messo il diritto a nascere del concepito, ma la possibilità che le donne, anche con l’aiuto di questi siti pro-life, si informino meglio. La scelta di abortire non è definita in ogni modo cattiva, ma la si presenta come una scelta difficile e problematica per la donna, sicché qualche parola di conforto da parte di siti pro-life sarebbe di aiuto.

In questo modo si pensa di prendere in contraddizione lo stato laico e democratico: come? tu che ti dici democratico non permetti la libertà di espressione? Come? tu che ti dici laico, imponi una tua visione assoluta e non lasci libertà ai cittadini? Ma si tratta, così facendo, di cadere invece nella stessa logica che si vorrebbe combattere. Il problema è proprio la libertà di scelta, non vincolata al bene e al vero. Quella libertà di scelta che lo Stato oggi proclama come diritto assoluto e, per difenderla, è costretto a contemplare il diritto al male. Criticarlo solo sul terreno delle libertà di scelta democratiche, e non sui loro fondamenti, significa rientrare nel suo stesso gioco.

Stefano Fontana